Spessedìrece

Spessedìrece v.i. = Perdere efficacia

Dicesi prevalentemente di farmaci scaduti, ma va bene anche per altri prodotti.
‘Sta fervescènde jì spessedüte = Questi granuli effervescenti non sono più buoni (sono ‘spenti’).

Attappe bùne ‘u buccacce d’a rìnje ca se no ce spessedìsce = Chiudi ermeticamente il barattolo dell’origano altrimenti perde il suo profumo.

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Spusté

Spusté v.i. = Impazzire

In effetti sembrerebbe spostare

Ma forse perchè se si sposta una rotella nel cervello si ammattisce davvero.

Cum’jì sì’ spustéte? = Com’è, sei impazzito? Si dice a qlcu che fa delle proposte o delle avances esagerate.

Che fé, spuste e vé ‘ncarròzze? = Che fai, impazzisci e vai in carrozza?

Qui spuste=impazzisci, perche sembri meno offensivo, lo si confonde con spuse=sposi, e naturalmente va in carrozza scoperta con il/la consorte.

In Germania dicono simpaticamente “ha una vite allentata”, ovviamente nel cervello.

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Stizzeché

Stizzeché v.i. = Piovigginare

Accettabile anche la versione più antica stezzechéje

Piovere leggermente, con gocce minute

Giuà, guarde ‘nu pöche före, che fé ‘u timbe, chjöve? No, stezzecöje. =
Giovanni, guarda un po’ fuori, che fa il tempo, piove? No pioviggina.

Il verbo deriva dal sostantivo stizze o anche stìzzeche = goccia, stilla. Quindi sarebbe come dire: gocciolare, stillare.

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Tenì a…

Tenì ‘a … v.i. = Sentire, avvertire

Sentire non nel senso di ‘udire’ suoni o parole, ma nel senso di avvertire stimoli di fame, sete, sonno, soddisfare i propri bisogni corporali.

Si dice tuttora: me töne ‘a féme, me töne ‘a sùnne, me töne ‘a söte, me töne a pescé, me töne a caché (scusate questi ultimi due esempi…corporali).

Quando si sente freddo, o caldo si dice: me fé fredde; me fé càvete.

Le generazioni attuali dicono “sende frìdde, sènde càlde” ma è un dialetto un po’ snaturato.

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Trasì

Trasì v.i. = Entrare

Passare dall’esterno all’interno; andare dentro.

Cè permèsse? Chi jì? Mariànne: Uhé, trèse, trèse!= Permesso? Chi è? Marianna. Ehi! Entra, entra!

Matto’ trése jìnde, proprje mo’! = Matteo, entra, proprio adesso (non perdere altro tempo)!

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Tuzzelé

Tuzzelé v.int. = Bussare

Picchiare su una porta e simili, per farsi aprire o per annunciarsi (Sabatini-Coletti)

Esiste la variante tuzzeljé più nel senso figurato, come per dire ripetere sempre la stessa richiesta di denaro, di prestazioni, di beni.

Tuzzeljije a quèdda pòrte = Bussa a quella porta.

Evògghje a tuzzelé! Nen ce sté nesciüne! = “È inutile bussare qui! Non vi aprirà nessuno” (Toto Cutugno, “Soli”)

Si usavano le nocche delle dita per bussare. Ora si bussa a mano solo per chiedere di entrare nell’ambulatorio del medico o in un ufficio pubblico.

Una volta i portoni erano dotati di un battocchio metallico, dalle più svariate fogge, perché gli abitatori del piano superiore potessero sentire quelli che bussavano. Un ingegnoso tirante azionato manualmente riusciva ad aprire il portone senza bisogno di scendere le scale.

Poi sono stati inventati il pulsante sul portone che azionava campanello elettrico al piano e dal piano il pulsante elettrico che azionava l’apriportone. Successivamente è arrivato il citofono e il video citofono a colori…

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