Tüme

Tüme s.m. = Timo

Arbusto sella fam. delle Lamiaceae (Thymus vulgaris) diffuso nell’area mediterranea; ha largo uso in cucina come aroma da condimento e nell’industria cosmetica per la preparazione di saponi e profumi.

Veramente da noi non è stato mai usato in cucina.

Una volta si raccoglievano i suoi cespugli e si utilizzavano come valido sostegno nella costruzione del presepio, per reggere i fogli di carta grossa spiegazzati.

Con questi si modellavano montagne e grotte.

Il presepio emanava un gradevole profumo per tutta la durata della sua esposizione.

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Tuppjille

Tuppjille s.m. = Crocchia

Acconciatura femminile, consistente in una o due trecce avvolte e fermate sul capo o dietro la nuca mediante forcine metalliche e/o di materiale plastico.

Pettinatura tuttora usata dalle donne molto anziane.

Si può dire anche tóppe s.m. con la ‘ó’ molto stretta.

Credo che questo termine abbia un attinenza col francese toupet (pron. tupé), che significa parrucca, ma anche pettinatura stretta alle tempie e con i capelli raccolti alla sommità della testa, in uso nell’800.

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Türa-jagnéle

Türa-jagnéle s.m. = Cavadenti.

Un tempo, praticone che toglieva e curava i denti malati.

Costui esercitava a domicilio la sua azione ai malcapitati pazienti, perché non poteva avere un ambulatorio dentistico vero e proprio come lo intendiamo noi.

Il termine è composto da Türa = da tirare (non turare), cavare, estrarre e jagnéle = dente molare.

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Türabusciò

Türabusciò s.m. = Cavatappi

Termine derivato dal francese “tire bouchon” (che si legge tir-busciò) ed ha lo stesso significato.

Si dice, con leggera modifica di pronuncia, anche tirabusciò

Quelli antichi non avevano alcuna leva.

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Turcecùdde

Turcecùdde s.m. = Torcicollo

La pronuncia moderna vuole che si dica turcecùlle.

Atteggiamento viziato del capo determinato da cause molteplici, spec. da contrazioni o lesioni anatomiche dei muscoli o delle vertebre cervicali.

I nostri nonni dicevano che era causato da un tendine o un nervo accavallato (‘u njirve ‘ncalvacchéte)

Il lettore jakal ci ha mandato questa deliziosa filastrocca manfredoniana:

TERAPIA DEL TORCICOLLO

Trè zzetèlle nüje süme
da Venèzzje nüje venüme
mamm’e ppéte nen tenüme
mareté ce vulüme.
E stu nirve ngalvacchéte
scalvacché lu vulüme
jind’u mére lu mettüme.

Tre zitelle noi siamo
da Venezia noi veniamo
madre e padre non abbiamo
maritare ci vogliamo.
E questo nervo distorto e accavallato
vogliamo distenderlo e raddrizzare
nel mare lo gettiamo

Tre ragazze nubili, recitando la formula, tenevano ciscuna un fuso per filare con la punta che toccava la parte malata del collo del paziente. Le tre punte dovevano combaciare, quasi a riunire e trasmettere la forza magica della terapia. Terminata la formula, fingevano di buttare in mare il male estratto con il fuso, aggiungendo la frase finale “nel mare lo gettiamo”.

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Turcenjille

Turcenjille s.m. = Involtino

Frattaglie di agnello (trachea, polmoni, fegato, cuore) spezzettati e avvolti nel reticolo adiposo e stretti con il budello come un gomitolino.

In Abruzzo e in Molise sono chiamati in modo quasi uguale: le turcinelle. C’è la secolare transumanza che lega la Daunia a queste due Regioni, specie per i prodotti della pastorizia. Sono chiamati più o meno allo stesso modo nel Beneventano. Anche in Salento usano un termine molto simile: li turcinieddhi .

In Terra di Bari ed in Basilicata vengono chiamati differentemente, ossia gnumerjiedde = gomitoletti.

Un “gomitolo” molto grande assume il nome di cazzemarre.

Si mangiano preferibilmente arrostiti sulla brace e in second’ordine con le patate al forno, o anche a ragù.

I turcenjille si preparano anche con le interiora del maiale, ma sono meno gustosi, più grassi e indigesti.

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