Petècchje

Petècchje s.f. = Concia

Ho messo ‘concia’ come traduzione. Avrei fatto meglio (forse) a chiamarla ‘corteccia di pino’
.
Si tratta di un’operazione che i pescatori facevano alle loro reti, prima che fossero inventate le fibre artificiali (rayon, nylon) resistenti, immarcescibili (Madò, che paröle!). Ora non si fa più.

Il trattamento serviva per renderle più resistenti e più scure in modo che fossero mimetizzate alla vista dei pesci. Consisteva nella bollitura delle reti in acqua dolce con corteccia di pino. L’operazione si svolgeva generalmente in un locale posto sulla sinistra di Cala Diomede scendendo le scale del Pertüse ‘u Mòneche. La fibra delle reti era canapa o cotone filati, cioè materiali del tutto naturali.

Durante la bollitura si sprigionava un profumo che si spandeva per tutta la marina. Ai terricoli sembrava puzza…ma alla gente di mare era familiare e gradito, come il profumo naturale dell’olio fresco o del mosto.

Figuratevi che un mio caro amico, figlio di pescatori, usava solo un particolare tipo di tè perché gli ricordava l’aroma della petècchje!

Ringrazio Gino Talamo per il suggerimento.

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Petìscene

Petìscene s.f.= Empietìgine

Malattia della pelle, caratterizzata da sfaldamenti e chiazze.

Petìscene erano chiamate anche quelle chiazze che restavano sulla pelle quando era guarita la scabbia.

Per estensione si definiva “petìscene” anche l’attaccatura di due pagnotte di pane infornate affiancate.

Lievitavano per effetto del calore, si dilatavano e si “attaccavano”. Quando il fornaio a fine cottura le separava, le due panelle presentavano una crosta molto più sottile. Talora restava una crosticina staccata, ottima perché croccante.

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Pèttele

Pèttele s.f. = Frittella

Frittella di pasta morbida di pane, ben lievitata, cotta in abbondante olio d’oliva.

Qualche massaia incorporava alla pasta, prima di friggerla, dei filetti di alici salate o di baccalà spugnato . Le mamme più abbienti addirittura vi ponevano dei chicchi di uva passa.

Se dopo qualche giorno, le rimanenti pettole si indurivano, bastava riscaldarle, avvicinandole in punta di forchetta, al fuoco del braciere per farle ammorbidire.

Proverbio: I pèttele ca nen ce màngene a Natéle, nen ce màngene ‘chió = Le pettole che non si mangiano a Natale non si mangiano più. Ossia afferra l’attimo, il giorno (Carpe Diem in versione manfredoniana).

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Pettenatöje

Pettenatöje s.f. = Mantellina

E’ uno scialle tipo quello che usano i parrucchieri, ma molto più rifinito e raffinato, spesso adornato con pizzo e ricamo.

Di solito viene regalato alle donne nel corredo prematrimoniale.

Una volta indossata arriva fino all’altezza del gopmito.

Serve a evitare che i capelli caduti durante la spazzolatura o la pettinatura o la messa in piega cadano sul vestito.

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Pettenèsse

Pettenèsse s.f. = Pettine

Oggetto di vario materiale, usato per ravviare e acconciare i capelli, formato da una serie di denti fissati su una costola di circa 20 cm che serve da impugnatura.

Si chiama così anche quello di dimensioni più piccole e di forma lievemente ricurva, munito di denti radi per fissare i capelli nelle acconciature femminili.

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Pettenessèlle

Pettenessèlle s.f. = Pettine

Pettine da taschino usato dai giovanotti eleganti di una volta, che volevano essere sempre impeccabili.

Era riposto un un foderino di cuoio e portato sempre nel taschino della giacca.

Se la loro capigliatura, nonostante fosse impomatata con la brillantina solida, veniva scompigliata dal vento, zac-zac, con due colpi di pettinino ritornava in ordine.

Per essere certi che nemmeno un capello fosse fuori posto, i gagrjille (vedi) si specchiavano ai vetri delle abitazioni a piano terra prima di accedervi…

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