Bascóglje

Bascóglje s.f. = Bilancia a bàscula

Bilancia per merci molto pesanti dotata di ampio piano di carico e sbarra graduata.

In pratica, ha lo stesso principio fisico della stadera, solo che invece che per sollevamento, il peso viene determinato per gravità che sposta il piano di pesa in giù. Mediante un sistema di leveraggio la merce posta sul piano fa sollevare il braccio oscillante graduato. Scorrendo il ‘romano’ a forma di botticella fino ad ottenerne l’equilibrio, si centra la tacca e si riscontra il peso.

Lo stesso accade con la “pesa” per gli autotreni.

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Bendèlle

Bendèlle s.f. = Metro a bindella

La bendèlle (da benda, striscia, nastro) è quella striscia di tela plastificata, segnata con tante tacche distanziate di un cm, lunga 20 m, avvolta a rotella in una costodia di cuoio, provvista di manovella per il richiamo.

Usata prevalentemente in edilizia per misurazioni manuali estese.

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Bomméce

Bomméce s.f. = Bambagia

Filo di cotone ritorto alla grossa.

Era usato dalle nostre nonne per lavorarlo ai ferri e ricavarne calzette.

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Brasciöle

Brasciöle s.f. = Involtino

Somiglia al sostantivo italiano ‘braciola’.

Nelle altre parti d’Italia se uno ordina al ristorante una braciola, si vede portare una fetta di carne di bue, di vitello o di maiale cotta sulla brace o alla griglia.

In Puglia ha un’altra connotazione. Si tratta di carne di vitello o di cavallo tagliata a fette, condita e arrotolata, e tenuta stretta con un filo bianco di cotone o con anche stecchini.

L’interno è condito con aglio (o noce moscata grattugiata per quelli che hanno lo stomaco delicato), prezzemolo, uva passa, pinoli, pecorino grattugiato, prosciutto cotto, ecc… La fantasia non manca alle massaie pugliesi.

Dopo aver preparato le brasciöle le nostre massaie le cuociono al ragù per condire le orecchiette.

Nessuna si sognerebbe di farle ai ferri!

Brasciöle è anche un soprannome locale. Evidentemente il nomignolo è stato affibbiato a qualcuno che le vendeva o le gustava particolarmente.

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Bubbüje

Bubbüje s.f. = Bua, ferita

Nel linguaggio infantile indica il dolore fisico, un’escoriazione, o una contusione.

Uuuh!, quedda fìgghje, c’jì fatte ‘a bubbüje! Tèh, tèh, dàlle mazzéte alla pòrte! = Uh, quella figlia si è fatta la bua! Tiè, tiè, colpisci lo stipite della porta che ha causato il dolore!

Insegnamento edificante sulla necessità di ricorrere alla vendetta: occhio per occhio, dente per dente.

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Bufanüje

Bufanüje s.f. = Epifania

Dal lat. epiphania, a sua volta derivato dal gr. ephipàneja= Apparizione, comparsa, manifestazione. È la Festa con cui la Chiesa commemora l’apparizione dell’Astro che guidò i Magi a Betlemme per adorare Gesù appena nato.

Ora più specificamente significa manifestazione agli uomini della divinità di Cristo. Difatti essi riconobbero in Lui il Messia, il Figlio di Dio venuto sulla Terra.

I nostri nonni chiamavano questa Festa Pasqua-Bufanüje per distinguerla dalla Pasqua più solenne, la Pasqua di Resurrezione, nonché dalla Pasque-i-crüce = Pasqua delle croci, che celebrava un’altra ricorrenza cristiana della quale, veramente, mi sfugge la collocazione nel calendario cattolico, per quanto abbia frugato nella mia memoria storica.

Le persone ultrasettantenni ricordano che la sera della vigilia, il 5 gennaio, dopo cena, si accendevano dei lumini ad olio davanti ai ritratti dei defunti e si lasciava il desco apparecchiato.

Era credenza che durante la notte passassero le anime degli antenati a farci visita e bisognava spazzare con cura il pavimento per evitare che briciole di pane o noccioli di olive caduti accidentalmente potessero recare disturbi al loro lieve camminare per casa.

Mia nonna, nata nel 1878, dopo il cerimoniale dei lumini, si metteva a letto e annunciava, in modo che noi nipotini potessimo sentire, il Titolo delle sue preghiere: “Cjinde crüce e cjinde avemmarüje per saluté la Pasqua-Bufanüje” = Cento segni di Croce e cento Ave Maria per salutare la Pasqua-Epifania. E cominciava la sua lunga preghiera.

Sono sicuro che soccombeva stramazzata per il sonno dopo poche poste….

Vuoi vedere che per questo rito la Pàsque-i-crüce era un sinonimo di Pasqua-bufanüje?

Qualche sua coetanea più vivace raccontava che esisteva la maniera di rendere visibilli le anime che in processione scendevano sulla Terra. Ossia bisognava raccogliere nel corso di un anno tutto il cerume secreto dalle orecchie e farne una pallina.

In essa si doveva conficcara un minuscolo lucignolo e dargli fuoco. Alla luce fioca di questa schifezza usata come candela si sarebbero viste le anime vaganti dei propri cari.

Io credo che era questo semplicemente un invito a tenere pulite le orecchie – in assenza di cotton-fioc, inventato decenni dopo – magari “scavando” con uno di quei ferrettini per capelli. Puah!

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