Arìnje

Arìnje s.f. = Origano

L’origano (Origanum vulgari) è un’erba aromatica perenne della fam. delle Labiate, con foglie piccolissime e piccoli fiori rosa, tipica del clima mediterraneo, usata in cucina come aromatizzante. Viene coltivata in aree ben circoscritte perché è infestante.

La pianta spontana di origano ha odore ancora più pungente. Raccolta sul Gargano viene venduta a mazzetti nei mercatini rionali.

Ho provato anche l’origano di Basilicata, di Sicilia e del Napoletano. Non voglio fare il campanilista a tutti costi, ma quegli origani non hanno nulla a che vedere con ‘nostro’ sublime origano garganico.

Esiste la variante di origano detta Maggiorana (Origanum maiorana o Majorana hortensis) che si adatta ai climi nordici perché resistente alle basse temperatura.

Si può dire anchela rìnje, perché (con l’articolo) è omofono a l’arìnje e la rìnje.

Difatti si dice: mìtte ‘nu pöche de rìnje = Aggiungi un pizzico d’origano.
Agghje accattéte düje màzze d’arìnje (o de rìnje) = Ho comprato due mazzetti di origano.

Nelle tradizioni Appulo-lucane, il pane raffermo viene un po’ bagnato con acqua, poi cosparso con i semi e la polpa dei pomodorini spiaccicati sopra; il pane viene condito con abbondante olio extra vergine d’oliva e come tocco finale con una spruzzatina di origano secco. Così la fetta condita ha bisogno solo di un po’ di sale fino, ma se come companatico c’è formaggio o olive, abbastanza salati, di può farne a meno.
Ovviamente se c’è pane fresco si migliora la cena: sìssognori, perché è un’ottima cena anche dal punto di vista dietetico!

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Arte

Arte s.f. = Mestiere, professione

Attività lavorativa.

Che àrte fé? = Che mestiere hai? Quale professione svolgi?

Chiaramente non è la nostra l’Arte intesa come attività umana tesa a creare, per mezzo di forme, colori, parole, suoni, ecc., prodotti culturali a cui si riconosce un valore estetico

L’arte nostrana intende il mestiere di: fabbro, meccanico, falegname, sarto, fotografo, idraulico, imbianchino, meccanico, coltivatore, spazzino, ferraiolo, geometra, agronomo ecc. e anche il professionista (ingegnere, medico, avvocato, architetto, farmacista, notaio).

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Artèdeche

Artèdeche s.f. = Frenesia, vivacità, ansia, agitazione, ecc.

Si usa questo sostantivo quando qlcu non sa stare un attimo fermo con le mani. Tocca, liscia, sposta oggetti, si tocca il naso, si gratta il culo, di leva gli occhiali, ecc. ecc.

Stàtte fèrme! E che, tjine l’artèdeche ai méne! = Sta fermo! Ma che, hai alle mani, l’irrequietezza?

Se l’artèdeche è proprio irrefrenabile, dicesi artèdeca-papéle, ossia frenesia papale, cioè al massimo livello!

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Assógghje

Assógghje s.f. = Lesina

Strumento del calzolaio costituito da una piccola asta di ferro acuminata, lievemente ricurva, infissa in un manico di legno, atta a forare il cuoio per farvi passare le cuciture.

Si pronuncia con la “ó” stretta. Con la “ò” larga significa: sciogliere, allentare un nodo (dal latino sòlvere).

A differenza da ‘u pundarüle = il punteruolo, la lesina ha anche una cruna sulla punta, come l’ago della macchina per cucire, per eseguire cuciture usando lo spago impeciato.

Usato una volta dai calzolai e dai sellai, quando l’artigianato era fiorente. Oggi questi mestieri sono quasi del tutto scomparsi.

Può derivare dal verbo assugghjì o assògghje = sciogliere. Difatti con la sua punta sottile si riesce a penetrare nel nodo e allentarlo.

La parola assógghje sembra un accorpamento dell’articolo con il sostantivo: ‘a ssógghje = assógghje. Ha origine antiche: infatti i Latini la chiamavano ‘sùbula

‘A pònde de l’assógghje = la punta della lesina. È un simbolo fallico, un eufemismo gergale che indica l’organo sessuale maschile che, come l’arnese del calzolaio, è ben adatto alla penetrazione essendo stati creati entrambi per questa funzione. Ho cercato di usare termini meno volgari possibili…

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Avedènze

Avedènze s.f. = Attenzione prestata

Si usa nella locuzione “dé avedènze“, letteralmente significa “dare udienza”, come se il soggetto fosse il Pretore (Giudice di Pace) o il Giudice del Tribunale.

Semplicemente significa “dare retta”, “prestare attenzione”, derivando “udienza” da “udire”, “ascoltare”.

Generalmente viene usato nella forma negativa come consiglio o esortazione a non dar retta agli intoppi o alle provocazioni. ‘Sàlla jì a quella pàcce, nen la dànn’avedènze!

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Babbósce

Babbósce s.f. = Babbuccia

Pantofola morbida e leggera, chiusa nella parte posteriore.

Le babbósce vengono usate d’inverno perché tengono caldi i piedi.

Quelle aperte, estive, si chiamano chjanjille = pianelle, perché senza alcun cenno di tacco.

Stranamente, con suono molto simile, (Papùci) è un vocabolo usato anche in Romania.

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