Abbunàneme

Abbunàneme s.f. = Buonanima

Allorquando, nel corso di una conversazione, si nominava una persona deceduta, si diceva abbunàneme de … = la buon’anima di… , in segno di rispetto verso l’anima del defunto.

Me so’ sunnéte abbunaneme di pàteme….
Oppure me so’ sunnéte a pàteme, abbunaneme

Qualcuno dice abbreviatamente bunàneme invece di abbunàneme.

Perché usavamo tanta riverenza verso il defunto, era obbligatorio?

Questa la mia opinione (opinabile): ritenendo che l’anima della persona si trovasse alla presenza del Creatore, la nostra chiamata in causa lo avrebbe sicuramente distolto per farlo avvicinare alla vacuità delle nostre chiacchiere.

Ovviamente la nostra intromissione sarebbe stata inopportuna perché è irriverente verso Dio.

Condividi su:
  • Facebook

Accònge

Accònge s.f. = Velo nuziale

Potrebbe somigliare al termine italiano ‘acconciatura’, ma questo indica solo pettinatura, messa in piega, taglio dei capelli.

L’accònge è il velo bianco che la sposa si pone, opportunamente elaborato, arricchito da diademi vari, sul capo per la cerimonia nuziale.

Spessissimo il velo ha una coda lunghissima, sorretta da due paggetti per non farla sporcare sul pavimento quando si avvicina all’officiante.

Più l’acconge era lunga e più destava ammirazione, specie tra le donzelle che miravano anch’esse al loro momento magico.

Condividi su:
  • Facebook

Acquafòrte

Acquaforte s.f. = Varichina, candeggina

Era conosciuta con questo nome la varichina. Ora le donne dicono varecüne ma è una forzatura, non è che italiano dialettizzato.

Condividi su:
  • Facebook

Acquaséle

Acquaséle s.f. = Zuppa (alla lettera:acqua-sale)

Per zuppa, qui si intende qls minestra, brodosa, in cui intingere il pane. Ovviamente parliamo di cucina povera, ma povera davvero.

Una volta per cena, giusto per mangiare una cosa calda d’inverno, al posto di pane e olive, si preparava questo brodo cotto sul braciere, consistente in: acqua, sale, cipolla, prezzemolo. Ad ebollizione avvenuta, se c’era in casa qlc uovo lo si faceva cuocere “in camicia”. Si portava l’acqua così aromatizzata nel piatto, si aggiungeva un filo di olio, e ci si inzuppava il pane.

In mancanza di uovo di poneva l’acqua bollita come sopra descritta su fette di arance poste nel piatto. Anche qui una croce (due fili) di olio, e via ad inzuppare il pane.

Finito il pane, si raccoglieva meticolosamente con il cucchiaio il “brodo” rimasto in fondo al piatto perché conteneva tracce di olio che non si potevano buttare.

Mia nonna, quando andava a falciare a mano un po’ di grano nel suo fazzoletto di terra, preparava l’acquaséla-frèdde, versione estiva di questa zuppa, fatta con acqua, sale, cipolla e pomodori crudi e l’immancabile croce di olio. Credo che servisse principalmente ad ammollare il pane duro.

Se raccontassimo queste cose ai ragazzi di oggi, venuti su a merendine del Mulino Bianco, ci prenderebbero per selvaggi o ci considererebbero quelli dell’Isola dei famosi…..

Questa era la vita di allora, quando tutti avevamo a pranzo sulla mensa il piatto unico, senza secondo. Eravamo tutti bramosi di un po’ di carne da mettere sotto i denti, perché la vedevamo raramente, mentre adesso ne siamo arcistufi.

Condividi su:
  • Facebook

Acquaspòrche

Acquaspòrche s.f. = Acqua lurida, liquame di fogna.

Quando non esisteva la rete fognaria, i bisogni corporali venivano fatti dentro un apposito vaso detto “‘u ruagne“.

Prima o poi questi vasi si riempivano e dovevano essere svuotati.

Il Comune aveva l’onere della raccolta di questi fetidi liquami. Aveva perciò allestito un carro-botte a trazione animale.

Il conducente era dotato di una specie di trombetta di ottone, ricurva come un corno di capra, funzionante ad ancia.

Ogni tanto lanciava il suono di una sola nota, come le trombette di carnevale, del suo lamentoso strumento, e gridava: Acqua-spòoooooorche!.

Era il richiamo per le donnette, che si vestivano in fretta, si coprivano le spalle con il “faccetunìcchje”, uscivano dal loro piano terra e porgevano graziosamente il vaso al carrettiere, che le svuotava in un mostruoso e repellente “imbuto” sulla parte posteriore della botte, con inevitabile sgocciolamento al centro della strada, futuro paradiso per le mosche che sarebbero adunate da lì a poco, all’imminente sorgere del sole….

Ho avuto la sventura di assistere, alle sette di mattina, allo svuotamento del carro in mare, dalle parti della Cala del Fico: il potente getto delle porcherie, liberate da un grande rubinetto, volava ad arco direttamente in mare, senza sfiorare gli scogli.

Se c’era vento di terra il materiale galleggiante si disperdeva verso il largo, e vabbè, ma altrimenti….

Ovviamente il tifo (inteso come malattia infettiva) era endemico tra la popolazione di Manfredonia.

Io mi riferisco alla mia infanzia; diciamo verso il 1950, quando l’espansione dell’abitato era avvenuta così in fretta che la rete fognaria non riusciva a coprire le fasce di periferia, specie il rione Monticchio, cresciuto vorticosamente dall’immediato dopoguerra.

Condividi su:
  • Facebook

Addòbbje

Addòbbje s.f. = Anestesia, narcosi

Pratica medica diretta ai pazienti che si devono sottoporre a interventi chirurgici. Si somministrano farmaci narcotizzanti. Esiste l’anestesia generale e quella locale.

Il verbo transitivo corrispondente è addubbié = narcotizzare

L’hanna addubbjéte tutta quande, o l’hanne menéte l’addòbbje skìtte alla sangïne? = L’ hanno sottoposta ad anestesia totale, o le hanno addormentato solo la gengiva?
.

Condividi su:
  • Facebook