Pegghjé ad ùcchje

Pegghjé ad ùcchje loc.id. = Invidiare

Il verbo italiano che più si avvicina è invidiare, quantunque sia molto riduttivo rispetto al verbo usato nel dialetto.

L’invidia sordida è detta malùcchje, da cui deriva pegghjé ad ùcchje può nascere a nostra insaputa. Perciò i vecchi suggerivano di indossare sempre un oggetto contro questi influssi malefici: ‘u condra-malùcchje!

Ad esempio un corno di madreperla o di oro, una mandorla doppia, cioè unita naturalmente come i bimbi siamesi, il numero 13 incorniciato da un cerchio, ecc.

Se l’invidiato era maschietto e si accorgeva dell’occhiata strana dell’interlocutore, senza farsi notare si faceva una grattatina al suo cornetto naturale…

Altrimenti o di nascosto, o anche palesemente ostentando la mano con l’indice e il mignolo sollevati per neutralizzare l’nflusso maligno.

Per evitare di “prendere ad occhio” chicchessia, o quanto meno di mostrare la propria schiettezza, ogni volta che si pronuncia un complimento, anche ai giorni nostri, si accompagna con “benedüche“, ossia parlo, dico bene, senza invidia. Eh già, perché si può pegghjé ad ùcchje anche involontariamente, perché le forse del male agiscono a prescindere.

Cungettè, ma quand’jì bèlle, benedüche, ’sta criatüre! = Concettina,ma com’è bella (senza invidia) la tua bimba!

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Purté ‘ngambéne

Purté ‘ngambéne loc.id. = Protrarre, prorogare, rimandare la conclusione di un affare, di un accordo, rinviare, posticipare.

Alla lettera: portare in campana. Questa locuzione idiomatica locale ha una variante: si può ripetere una o due volte ‘ngambéne come fosse un rafforzativo.

Fajöle me sté purtànne ‘ngambéne ‘ngambéne e ‘a cazze d’a chése nen me la làsse angöre = Raffaele sta rimandando di mese in mese (sta protraendo la data del) il rilascio della mia casa.

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Sante Martüne

Sante Martüneloc.id. = San Martino.

San Martino, dividendo il suo mantello con la spada per darne metà ad un povero, ha compiuto un gesto consolatorio agli occhi dei suoi e dei nostri contemporanei.

Viene invocato il Santo per augurare abbondanza, perché il giorno della sua commemorazione, il 12 novembre, ogni mosto diventa vino.

Se entrando in casa propria o di amici si vede che qualcuna è intenta ad impastare la farina per le pettole o per il pane, spontaneamente si dice, come un voto augurale: Sande Martüne!

Agghje mìsse a crèsce, Sande Manrtüne = Ho messo la pasta a lievitare, San Martino (non permetterà che il pane diventi azzimo, quindi la massa lieviterà nella giusta misura.)

Altra forma abituale è http://www.parlamanfredoniano.com/b/beneduche/ = Benedico, dico bene, non per invidia.

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Scazzé l’öve

Scazzé l’öve loc.idiom. = Camminare guardingo, cautamente.

Alla lettera significa rompere, schiacciare le uova.

La frase potrebbe adattarsi alla massaia o al cuoco che prepara un intingolo.

Invece si indica un modo di procedere misurato e cauto. Potrebbe trattarsi di impedimento dovuto a malattia: allora non c’è nulla da canzonare.

Se invece si usa come sfottò vuole intendere che il soggetto cammina come se avesse timore di rompere con le sue scarpe delle ipotetiche uova sparse sul terreno: quindi mette un passo qui, poi se si è rassicurato, mette un altro passo là.

Camüne spìccete, assemègghje angöre scazzé l’öve! = Cammina, sbrigati, mi sembri che stai attento ad evitare di rompere le uova.

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Sciuppé ‘i zerèlle

Questa locuzione alla lettera significa: estirpare i testicoli.

Si tratta di una plateale minaccia verbale: Ca jüje te sciòppe i zerèlle! = (sta attento a non molestarmi perché) vengo ad espiantarti le palle! (Aiuto!)

Fortunatamente è un modo di dire piuttosto scherzoso tra amici buontemponi.

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Sciuppé ‘u còrje

Sciuppé ‘u còrje loc.id. = Scotennare

È un gesto da pellerossa Sioux o Comanches, che veniva eseguito sul cadavere del nemico vinto in battaglia, scuoiandone il cranio dal cuoio capelluto. Lo scalpo del nemico era un trofeo ostentato per accrescere il proprio prestigio di guerriero.

Da noi, molto meno efferati, il verbo era usato come una minaccia della mamma verso i pargoli irrequieti:

Stàteve fèrme, ca se no venghe allà ve sciòppe ‘u corje! = State buoni se potete…

Il maestro artigiano, quando l’allievo con metteva in atto a regola d’arte i suoi insegnamenti, mentre simpaticamente gli assestava uno scappellotto, gli diceva a mezza voce, spazientito, dal suo tardo comprendonio:

Gghja quèdda mòrte ca ne te sciòppe ‘u còrje! = Maledizione a quella morte che non viene proprio ora a scotennarti!

Ringrazio Vito e sua madre per il suggerimento.

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