Fé pàste nòbbele

Fé pàste nòbbele loc. id. = Rimpinzarsi, deliziarsi con cibo pregiato.

Etimo chiaro: fare un pasto degno dei nobili.

Quando il cibo era davvero un bisogno primario dell’uomo (ora siamo iper-alimentati e necessitiamo tutti di ferree diete), il misero pasto quotidiano a base di pane e pomodoro, o verdure campestri, cipolle, fave, patate, o legumi e talvolta pesci di sciabica, il piatto più ambito da tutti era “maccarüne p’a carne” = maccheroni con il ragù di carne.

In effetti i salumi, le bistecche, i formaggi, le uova, fonte di proteine nobili, non sempre entravano nella mensa del popolo.

Quando capitava nelle grandi occasioni di sedersi a una mensa ricca di portate speciali, allora veramente si faceva paste nobbele.

La locuzione va bene anche se riferita a qlcu particolarmente ghiotto di un certo tipo di vivanda.

Mò ca vöne Tonüne e tröve féfe e cecòrje uà fé paste nobbele = Quando rincaserà Tonino e troverà per cena fave e cicorie, le apprezzerà sicuramente (perché evidentemente ne è particolarmente ghiotto).

Metaforicamente, se si incontrano due o “forbicioni” e il discorso cade “per caso” su una persona nota, fànne pàste nòbbele (ossia se lo “tagliano a fettine” con le loro lingue taglienti).

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Fé scènne da ‘ngjile

Fé scènne da ‘ngjile loc.id. = Fare discendere dal cielo

Questa locuzione si usa rivolgendosi a qlcu che vuole esaltare in iperbole i pregi della mercanzia o della prestazione di servizio, dell’abilità sua o di altri. Il più delle volte questi pregi sono inconsistenti.

Ahó, sté facènne scènne da ‘ngjile ’sti pemedöre de Zappunöte! Sèmbe pemedöre so’! = Ehi, stai sperticatamente decantando questi pomodori di Zapponeta! Ma, alla fine, sono sempre pomodori (e non puoi pretendere questo prezzo esoso).

Sté facènne scènne da ‘ngjile ’stu cantande… A me nen me piéce! Cante chjù mègghje Luciéne = Stai lodando oltremodo questo cantante…A me non piace! Canta meglio Luciano.

Chi jì ’stu Vissani? Lu stanne facènne scènne da ‘ngjile…Mamme cucjüne chjù saprüte di jìsse!
= Chi è questo Vissani? Lo stanno esaltando come lo chef insuperabile…Certamente mia madre cucina manicaretti più saporiti dei suoi. (ndr: Ehm, confermo!)

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Fé vöce a vöce

Fé vöce a vöce loc.idiom. = Lagnarsi, gemere

Dolersi per un malore, una colica, una ferita.

Stanotte màmme ho fàtte vöce a vöce = Questa notte mia madre non ha fatto altro che gemere per i dolori.

Esempio di vöce a vöce:
Madònne…, Madònne…, Madònne mamme!… ‘A chépe,… Oh, Madònne ‘a chépe! Ah… Madònne.

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Frósce-e-premöre

Frósce-e-premöre s.m., loc.id.= Fruscio e primiera

Si tratta di un gioco di carte cui possono partecipare due, quattro o più giocatori, perché, come nel “Sette e mezzo” tutti si misurano con il cartaio per una posta in gioco, solitamente di pochi centesimi.

Da un mazzo di carte da gioco “napoletane” ne vengono distribuite quattro a ciascun giocatore. Se uno di essi ottiene le quattro carte di seme diverso (còppe, denére, spéte o bastöne) vince perché fa premöre = primiera.

Ma se un altro giocatore ottiene tutte e quattro le carte dello stesso seme, raggiunge un punteggio superiore, perché fa frósce, annulla la vincita dell’avversario e vince la posta in gioco.

Se al primo giro nessuno ha fatto primiera o fruscio, è consentito sostituire una o più carte.

Nella locuzione idiomatica fé frósce-e-premöre = fare fruscio e primiera, significa far man bassa di cibo, ripulire il tavolo di tutte le sue leccornie.

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Jàcce-e-jöve

Jàcce-e-jöve agg. = Malridotto, malconcio

Significato letterale: sedano e uova….sembra una ricetta di cucina.

Si tratta invece di una minaccia: Se venghe allà, te fazze a jàcce e jöve. Cioè ti riduco a mal partito, ti riempio di botte.

Si dovrebbe dire àcce e öve….ma c’è una regola fonetica che richiede la “j” iniziale (Jacce - jöve) perché il termine è preceduto da vocale.

La locuzione trae origine dalla narrazione del Vangelo (Giov. 19,5), quando Pilato mostrò Gesù flagellato alla folla, disse: “Ecce homo”, ossia “Ecco come ho ridotto l’uomo che voi volete che io condanni”.

Significa in pratica malridotto, ferito, pieno di sangue e di piaghe.

Le nostre nonnine, che non capivano il latino, hanno ripetuto ad orecchio, italianizzando ECCE per “accio” e HOMO per “uova”.

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Jàmme a chjurlüne

Jàmme a chjurlüne loc.id. = Gambe arcuate

Conformazione ossea che presenta l’asse femore-stinco un’angolatura verso l’interno (190°-gambe ad arco), invece di essere allineato (180°-gambe dritte). Nel valgismo fisiologico invece l’angolatura va verso l’esterno (170°-gambe ad x).

Viene pronunciato in segno di spregio, come se il poveretto questo inestetismo se lo sia procurato da sé per incuria o per stravizi.

Ritengo che derivi dalla forma del becco del chiurlo (chjurlüne), un uccello palustre dal becco ricurvo.

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