Sèggia manzegnöre

Sèggia manzegnöre loc.id = Seggio episcopale

Non si intende designare la Carica del Prelato, né la sedia vera e propria usata dal Vescovo surante la liturgia cui partecipa.

Si tratta di un gioco fanciullesco. Due bambini si pongono di fronte. Ognuno afferra con la propria destra il polso sinistro e con la mano sinistra il polso destro dell’altro. Si forma una specie di quadrato sul quale si siede un terzo bambino che viene così trasportato, come su una sedia gestatoria, per un tratto prestabilito, cantilenando:

‘A sèggia manzegnöre e ce assètte a lu segnöre…= La sedia gestatoria su cui si siede signore…

Salvo poi a mollarlo a sorpresa, ad un cenno di uno dei portantini.

Mi sembra che questo sistema venga usato dagli adulti della protezione civile nei casi di soccorso a feriti da avvicinare all’ambulanza. Ovviamente senza cascata finale!

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Sendìrece n’ate e tante

Sendìrece n’ate e tante loc.id. = Sentirsi rifocillati

Un modo simpatico di esprimere una sensazione di benessere, come se si fosse rinati dopo uno stato di torpore, di stanchezza, di abbattimento fisico o anche morale.

Me sò fàtte ‘na lavéte de fàcce, e mò me sènde n’ate e tànte = Mi sono rinfrescato il volto ed ora mi sento rinato.

Ce l’àgghje dìtte quàtte ‘nde la fàcce e mò me sènde n’ate e tànte! = Gliene ho cantate quattro in faccia, (finalmente) ed ora mi sento pienamente soddisfatto!

Dopo un lauto pranzo, tanto per fare un altro esempio, specie dopo aver atteso a lungo di poter mangiare, è logico che uno si senta ‘n’ate e tante = “un tantino” soddisfatto.

Ecco quel “tanto in più”, che dà il senso di appagamento, traduce bene la locuzione nostrana.

Come assonanza, n’ate e tànte- si avvicina all’italiano “altrettanto” ma esprime ben altra concetto.

Come in tutti i dialetti meridionali, il gruppo “nt” si sonorizza in “nd”. Perciò nella parlata corrente quel tànte = tanto, suona tànde.

Meh, mò me sènde n’ate e tànte. = Bene, ora sono pienamente soddisfatto!

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Senza maškere ‘mbàcce

Senza maškere ‘mbàcce loc.id. = Senza maschera in faccia.

Non siamo in tempo di Carnevale.

Agire senza maschera sul volto significa comportarsi viso aperto, senza sotterfugi, lealmente, schiettamente.

Non vale la pena di nascordersi dietro un dito quando si agisce lealmente.
Giuà, te vògghje parlé senza maškere ‘mbàcce: quìddi solde ca t’agghje ‘mbrestéte mò m’abbesògnene a me! = Giuovanni, ti voglio parlare schiettamente: quei soldi che ti prestai ora mi necessitano.

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Siccia vescéte

Siccia vescete loc.id. = Seppia corrosa da parassiti.

Nota fonetica:il suono sce di vescéte ha una pronuncia marcata, come se fosse una doppa šš. Difatti l’aggettivo vescéte deriva da vèsce il cui suono sce è normalmente pronunciato come se fosse doppia consonante.

Questa lolcuzione è una esclamazione forte, un’invettiva, un’ingiuria.

Come dire che la persona destinataria dll’improperio è marcia, fradicia intellettualmente, proprio come appare una trave o una seppia rosicchiate da parassiti.

Sta siccia vescéte!o Quedda siccia vescéte!

SEPPIA “VESCIATA”, ovvero svuotata dalle vèsce = Teredini (Teredo navalis) o dai vermi anisakis.

Si dice apostrofando una ragazza che non è buona a niente, da sconsigliare al proprio figlio. Non buona per la casa, non buona a fare i figli. (definizione del dott.Enzo Renato).

Anche il legno delle barche, attaccato da parassiti, si dice che è veššéte (è meglio scritto così?), ossia svuotato, friabile, percorso da gallerie scavate dal parassita xilofago (mangiatore di legno, detto anche in dialetto mànge-e-chéche). Le barche ora sono protette dal loro attacco con oli e vernici, ma le seppie no!

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Škatté ‘u cüle ai mangiulècchje

Škatté ‘u cüle ai mangiulèchje loc.id. = Picchiare (del sole)

È un termine di paragone per dire che il caldo è così torrido che fa crepare il culo perfino alle lucertole, che pure sono veloci nello spostarsi sul terreno arroventato dalla calura estiva.

Che jéte facènne? Sté ‘nu söle ca škàtte ‘u cüle ai mangiulècchje! = Siete sventate! C’è questo sole che picchia forte e voi andate in giro?!

Sant’Andònje, che càvete! Fé škatté ‘u cüle ai mangiulècchje! = Sant’Antonio, che caldo! È talmente caldo da far scoppiare!

Notate che quando fa caldo, almeno i nostri genitori nominavano Sant’Antonio (perché la ricorrenza di questo Santo è di giugno), e non ad es. San Nicola che viene di dicembre.

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Škatté ‘u föle

Škatté ‘u föle loc.id. = Far crepare d’invidia qualcuno.

Locuzione molto pittoresca rivolta col pensiero agli invidiosi.

Gli invidiosi si rodono e soffrono di un sentimento astioso verso gli altri nel benessere, verso ciò che reputano il loro pregio o le loro fortune.

Questo sentimento, viene percepito dalla persona invidiata come influsso demolitore. Ecco che, quale “contromisura”, l’invidiato esegue una serie di scongiuri (palesi o anche occulti), come il “toccamento” di cornetti rossi o di una parte di se stesso che non sto a nominare, la mostra del pugno con l’indice e il mignolo sollevati, ecc.).

Te jà škatté ‘u föle! = ti devo crepare la bile (perche ti roderai inutilmente a causa dell’invidia, perché tu sei impotente contro la mia fortuna, il mio benessere, la mia bellezza, ecc.).

Significa in pratica, in casi meno gravi, comportansi con assoluta indolenza.

Materialmente škatté ‘u föle è un infortunio che capita a coloro che puliscono le seppie e accidentalmente rompono la vescichetta dell’inchiostro.

Clicca sul vocabolo föle

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