Quànne bune-bune…

Quànne bune-bune… loc.id. = Tutt’al più, ammesso e non concesso.

Conclude così un ragionamento sull’opportunità di intervenire alla fine di un’osservazione, di una decisione irrevocabile.

Si potrebbe usare l’espressione ora in auge: chìssene…

Nüje faciüme acchessì: Quanne bune-bune turnéme ‘ndröte = Noi agiamo in questo modo. Tutt’al più, torniamo indietro.

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Rumanì jómme

Rumanì jómme loc. id. = Rimanere a bocca asciutta

Alla lettera significa restare all’olmo. Che c’entra l’olmo?

Nel gioco della passatella, in dialetto chiamato “patrüne e sòtte” = padrone e dipendente (sottostante), alcuni giocatori bevevano il vino, ma uno solo, per scelta dispettosa del capriccioso “padrone” dopo il suggerimento del “sotto”, doveva rimanere a bocca asciutta.

L’olmo nelle antiche colture vitivinicole, era quella pianta destinata a sostenere i tralci della vite. Poiché l’olmo non produce il vino, il malcapitato giocatore preso di mira non poteva bere il succo della vite, ma il ‘niente’ prodotto dall’olmo.

Questo gioco talvolta finiva a risse e talaltra a coltellate!

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Rumanì pe summènde

Rumanì pe summènde loc.id. = Serbare per la riproduzione

Generalmente la locuzione designa il pollame che non veniva macellato, ma era messo da parte per servirsene in seguito per la riproduzione.

Era considerato un pennuto sano e vigoroso, e perciò tenuto in riserva.

Quando qlc giovanotto faceva lo spaccone, evidenziando le sue doti e decantando le sue mirabolanti prestazione, qlcu commentava sarcasticamente: Sì, l’amma rumanì pe summènde = Sì, lo dobbbiamo serbare per la riproduzione.

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Rüme sotta vjinde

Rüme sotta vjinde loc.id. = Indifferenza

La locuzione “venì p’u rüme sottavjinde” alla lettera significa: Venire con il remo sottovento.

Si dice così perché, secondo la mia opinione (opinabile), il remo posto di taglio, non oppone alcuna resistenza alla forza del vento, e si insinua facilmente nel flusso d’aria.

In realtà vuol dire: ostentare indifferenza mentre si ha le orecchie tese; inserirsi quasi distrattamente tra alcune persone riunite, fingendo di non porre alcuna attenzione ai loro discorsi, dissimulando indifferenza.

Quando qlcu se ne accorge lo affronta di petto: Mò te ne vjine per ‘stu rüme sottavjinde e vjine a sènde i càzze nùstre! = Adesso ti avvicini con il tuo fare indifferente e vieni ad spiare le nostre opinioni.

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Ruzzelé alla casére

Ruzzelé alla casére loc.id. = Ritornare a bomba, in argomento, riproporre un progetto bocciato.

Era detto come rimprovero quando qlcu, facendo il finto tonto, ritornava su un’argomentazione, e/o a riformulare richieste che dovevano essere già state sviscerate e concluse da tempo.

E rùzzele alla casére! = E ritorni sempre alla caciaia (formaggiaia, deposito dei formaggi)!. Come per dire: “ma tu sempre qui stai”? Il termine casére è un “prestito linguistico” proveniente dall’Abruzzo.

Il discorso è un traslato e si riferisce ai cani dei pastori abruzzesi, che tassativamente dovevano stare alla larga dal formaggio, perché questo era destinato alla stagionatura e alla vendita.

Ogni volta che si avvicinavano al deposito i poveri cani erano scacciati a pietrate dai pastori! Tuttavia le bestiole, inebriate dall’odore del cacio, irrimediabilmente, dopo un ampio giro in circolo, vi ritornavano sperando di riceverne un pezzo.

Nulla mi vieta di pensare che la locuzione sia proprio di origine abruzzese, visto la simbiosi fra l’Abruzzo e la Puglia, dovuta alla secolare transumanza (pastorizia trasmigrante) fra queste due Regioni che apportò scambi linguistici, culturali, gastronomici, ecc.

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Sante Martüne

Sante Martüne loc.id. = San Martino.

San Martino, dividendo il suo mantello con la spada per darne metà ad un povero, ha compiuto un gesto consolatorio agli occhi dei suoi e dei nostri contemporanei.

Viene invocato il Santo per augurare abbondanza, perché il giorno della sua commemorazione, l’11 novembre, ogni mosto diventa vino.

Se entrando in casa propria o di amici si vede che qualcuna è intenta ad impastare la farina per le pettole o per il pane, spontaneamente si dice, come un voto augurale: Sande Martüne!

Agghje mìsse a crèsce, Sande Martüne = Ho messo la pasta a lievitare, San Martino (non permetterà che il pane diventi azzimo, quindi la massa lieviterà nella giusta misura.)

Altra forma abituale è ‘benedüche!’ = Benedico, dico bene, non per invidia.

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