Pezzènde e fetènde

Pezzènde e fetènde loc.id. = Schizzinoso

Quando qualcuno stenta ad accettare un dono, un aiuto, un sostegno, forse per un malcelato segno di orgoglio, si dice che è pezzente e fetente, ossia misero ma orgoglioso e dai gusti difficili.

Ma come: ti dò un piatto di minestra e tu ci sputi sopra? (Metaforicamente, s’intende).

Ma quìste so’ pezzjinde e fetjinde (plurale)

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Pigghjé i vjirme

Pigghjé i vjirme loc.id. = Terrorizzarsi, spaventarsi, sobbalzare.

Alla lettera significa: prendere i vermi. Ma non per andare a pescare con la lenza e l’amo!

Significa prendere un solenne spavento, una paura, una fifa memorabile.

E che c’entrano i vermi? Dico il mio parere: uno stato di paura o di stress genera spasmi viscerali e involontarie contrazioni muscolari, dando una fastidiosa sensazione come se nella pancia ci fossero dei torciglioni, dei vermi in movimento.

Tutti abbiamo vissuto questi momenti! Che so, prima dell’esame di maturità, prima del conseguimento della patente, dopo essere usciti illesi da una situazione di pericolo o durante l’incombere di esso, ecc.

Ecco, questo movimento intestinale viene descritto come aver “preso i vermi”, ossia aver contratto una di quelle malattie viscerale che ora sono scomparse: la tenia, l’ameba o altre simpatiche malattie di “panza”

Me sò vìste a cóste annànze tutte ‘na volte: m’ò fatte pigghjé i vjirme! = Costui mi è comparso davanti inaspettatamente: mi ha spaventato!

Altre locuzioni similari:
torce l’ùcchje;
venì a jòcce
fé venì ‘u staghegghjöne

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Pigghjé l’appöse

Pigghjé l’appöse loc.id. = solere, essere solito volutamente

Prendere il vizio, la consuetudine di fare sempre un’azione a danno di altri.

Si dice pigghjé o pegghjé, indifferentemente. Sarebbe più corretto dire pigghjé come l’italiano pigliare. Difatti all’imperativo si dice pìgghje = piglia.

Scherzosamente la mamma, quando notava un giovanotto ronzare intorno alla propria casa, passare e ripassare, diceva:

E jìsse! ho pegghjète l’appöse a venì sèmbe quattórne = (Guardalo!) ui è ormai ha preso l’abitudine a gironzolare sempre in questi paraggi.

Mò te déche ‘nu becchjerüne, ma nen pigghjànne l’appöse = Ora ti dò un liquorino, ma che non diventi un’abitudine.

Cerco di capire il significato di pigghjé l’appöse, e mi sembra “prendere una discesa”. Quindi figuratamente, giungere agevolmente ai piedi della china, arrivare a fine corsa senza fatica, perché è più facile andare in discesa piuttosto che in salita.

Gira e gira e si giunge al posto preferito, anche perché là si possono facilmente trarre vantaggi.

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Pónde de stèlle

Pónde de stèlle loc.id. = Punto fatale, giornata infausta.

Nella fantasia popolare, alcune date nel corso dell’anno erano considerate perniciose, funeste, e perciò bisognava stare particolarmente attenti e svegli in modo da evitare infortuni.

Veniva raccomandato dalla memme premurose ai loro figli quando andavano per mare o nei campi: ca jògge j’ pónde de stèlle… = Poiché oggi è una giornata segnata negativamente dalle stelle. Una sorta di oroscopo fisso preconfezionato.

Si dicono anche jurnéte arrecurdèvele = giornate infauste (che si ricordano).

Ad esempio la terza domenica del mese di aprile dedicata all’Incoronata di Foggia, o il 28 settembre, la vigilia diella ricorrenza di San Michele Arcangelo, ecc. ecc.

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Purté ‘a paröle

Purté ‘a paröle loc. id. = Fidarzarsi ufficialmente

Sono cose d’altri tempi. I genitori dello sposo si recavano in casa della futura sposa per la prima volta per conoscere i suoi familiari e magari stabilire le condizioni reciproche di dotazione.

Per prima entravano nella casa della sposa i futuri suoceri. Parlottavano un po’ con i consuoceri, e se tutto filava come ci si aspettava, il papà della fanciulla le diceva che il ragazzo poteva entrare, perche veniva “accolto” nella nuova famiglia.
Subito la donzella si affacciava all’uscio e invitava ad entrare il giovanotto emozionato in trepidante attesa sulla strada.

Rosolio e pizzarelle. Poi veniva consegnato dalla suocera un anellino e una collanina alla futura sposa.

A volte c’era una persona che aveva fatto da tramite. Costei o costui recitava quasi come una poesia di presentazione:

“Cóste jì ‘u giòvene, quèsta jì ‘a giòvene!
U giòvene jì fatiatöre e sesteméte de chése.
A giòvene jè ‘ndre chése, aggarbéte, e setuéte!
A paröla möje ‘ndèrre nen m’jì cadüte”.

Ossia: questo è lo sposo e questa è la sposa. Il ragazzo è lavoratore e possessore (addirittura di una) casa. La ragazza è casalinga, garbata, laboriosa e ben sistemata (economicamente). La mia parola non è mendace (Mado’ che parola!) ossia non dico falsità.

C’erano addirittura i ringraziamenti dei quattro consuoceri per aver fatto combinare questo matrimonio tra i loro figli:

Cumbé/cummé, n’dabbaste a rengrazzjé! = Compare/comare, le parole non sono sufficienti per esprimerti i nostri ringraziamenti.

Io intanto ringrazio Enzo Renato per il suggerimento.

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Purté ‘ngambéne

Purté ‘ngambéne loc.id. = Protrarre, prorogare, rimandare la conclusione di un affare, di un accordo, rinviare, posticipare.

Alla lettera: portare in campana. Questa locuzione idiomatica locale ha una variante: si può ripetere una o due volte ‘ngambéne come fosse un rafforzativo.

Fajöle me sté purtànne ‘ngambéne ‘ngambéne e ‘a cazze d’a chése nen me la làsse angöre = Raffaele sta rimandando di mese in mese (sta protraendo la data del) il rilascio della mia casa.

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