Pàrle accüme t’ho fàtte màmete

Pàrle accüme t’ho fàtte màmete loc.id. = Parla la tua lingua madre, esprimiti con un linguaggio semplice.

È un invito a parlare semplice, senza ricercare parole ad effetto non da tutti comprensibili.

In italiano, per esempio, c’è un aggettivo di moda che è diventato un tormentone: esaustivo. Lo dicono spesso i giornalisti per mostrare la ricchezza del loro lessico. Ma non è più semplice dire ‘esauriente’ o ‘completo’?

E quell’orribile verbo ‘obliterare’? Non è meglio dire vidimare, timbrare, marcare? Vabbè, sono mode e passeranno prima o poi.

Nel caso di questo nostro sito, pàrle accüme t’ho fàtte màmete è un invito a parlare manfredoniano!

Non tradite la lingua madre, abbandonandola per vergogna o per timore di essere giudicati ignoranti.
Con questo mio modesto ma impegnativo lavoro sto sostenendo tutti i Manfredoniani, aiutandoli a conoscere la nostra parlata più intimamente e forse con un pizzico d’amore in più.

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Parlé segnöre

Parlé signöre loc.id. = Non parlare in dialetto

In effetti significava, almeno fino all’inizio degli anni ’60, eprimersi in italiano, roba da pochi privilegiati (clero, professionisti, proprietari terrieri e ufficiali militari = signori, quindi) poiché tutti gli altri parlavano in dialetto.

Le femminucce avevano inventato il gioco di “parlé segnöre” con divertenti involontarie storpiature: “Si è spasciato il cìcino”: “Ho accattato due chini di potogalli”: “Mia madre ha fatto due belle siccie chiene: sopra l’indorci e a rianata” ecc…

Da quando c’è stato l’avvento della televisione si è diffuso l’italiano finalmente anche come lingua locale.

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Paröla möje ai chéne (La)

La paröla möje ai chéne lic.id. = Non sia mai

Alla lettera: La parola mia ai cani.

Si usa questa locuzione prima di pronunciare qls cosa che possa essere mal interpretato dall’interlocutore.

Si preferisce chiarire che quello che si sta per dire di spiacavole non debba nuocere ad alcun essere vivente, tranne i cani. Perciò è meglio che questi siano senza proprietari.

Un po’ come ‘nziamé, allonghe da ‘gnüne, allongasüje .

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Pàsse ‘nnande pàsse

Pàsse ‘nnande pàsse loc.id. = Gradualmente, a piccoli passi.

La locuzione, oltre che in modo figurato col significato di progresso graduale e costante, descrive anche una reale passeggiata che si protrae piano piano abbastanza a lungo.

In italiano, stranamente, si dice “un passo dietro l’altro” o anche “passo dopo passo”: ma che succede, si cammina all’indietro? È certamente più realista il nostro modo di dire, che tradotto alla lettera significa: “un passo avanti l’altro”.

Passe ‘nnande passe e süme arrevéte a Sepònde = Quasi senza accorgersene siamo giunti a Siponto. Una bella passeggiata!

Passe ‘nnande passe e quedda fìgghje j’ì rrevéte alla làurje
= Piano piano quella nostra figliola è giunta alla laurea. Brava!

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Pegghjé ad ùcchje

Pegghjé ad ùcchje loc.id. = Invidiare

Il verbo italiano che più si avvicina è invidiare, quantunque sia molto riduttivo rispetto al verbo usato nel dialetto.

L’invidia sordida è detta malùcchje, da cui deriva pegghjé ad ùcchje può nascere a nostra insaputa. Perciò i vecchi suggerivano di indossare sempre un oggetto contro questi influssi malefici: ‘u condra-malùcchje!

Ad esempio un corno di madreperla o di oro, una mandorla doppia, cioè unita naturalmente come i bimbi siamesi, il numero 13 incorniciato da un cerchio, ecc.

Se l’invidiato era maschietto e si accorgeva dell’occhiata strana dell’interlocutore, senza farsi notare si faceva una grattatina al suo cornetto naturale…

Altrimenti o di nascosto, o anche palesemente ostentando la mano con l’indice e il mignolo sollevati per neutralizzare l’nflusso maligno.

Per evitare di “prendere ad occhio” chicchessia, o quanto meno di mostrare la propria schiettezza, ogni volta che si pronuncia un complimento, anche ai giorni nostri, si accompagna con “benedüche“, ossia parlo, dico bene, senza invidia. Eh già, perché si può pegghjé ad ùcchje anche involontariamente, perché le forse del male agiscono a prescindere.

Cungettè, ma quand’jì bèlle, benedüche, ‘sta criatüre! = Concettina,ma com’è bella (senza invidia) la tua bimba!

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Pèrde ‘a facce

Pèrde ‘a facce loc.id. = Screditarsi.

Letteralmente: perdere la faccia.

Non provare alcun senso di colpa.

Ha pèrse ‘a fàcce! = Hai perso la faccia. Ti sei sputtanato, non hai il minimo ritegno, sei troppo sfacciato, non ti vergogni?

Altra locuzione simile: Nen tjine a facce ‘mbacce = Non hai la faccia in faccia? (certo, l’ha perduta!)

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