Madònne ´i féfe nèrje

Madònne ´i féfe nèrje loc.id. = Persona scura di pelle

È una di quelle definizioni che, all´apparire di una donna dalla pelle scura, forse perché abbronzata o semplicemente perché colei è proprio così di natura, si dicono sottovoce nascondendo un risolino, cucendo addosso alla malcapitata un nomignoplo che verrà rievocato ad ogni sua successiva comparsa.

E chi jí quèdde? ´A Madònne ´i féfe nèrje? = E chi è costei? La Madonna nera? (ossia: la Protettrice delle fave nere?).

Insomma ha un bel colore scuro, come il fondo del paiolo. Cliccate su ´ncaccavüte

Condividi su:
  • Facebook

Mangé ‘u cüle d’a jallüne

Mangé ‘u cüle d’a jalleüne loc.id. = Protestare, brontolare, borbottare

Alla lettera significa: Mangiare il culo della gallina.

È una domanda ironica che si rivolge a colui che è sempre scontento e trova da ridire in continuazione.

Statte ‘nu pöche cìtte! E che t’ha mangéte, ‘u cüle d’a jallüne? = Sta un po’ zitto! Che hai mangiato, il culo della gallina?

Ritengo che l’origine di questo detto, riferito al bisbetico, vada ricercata intorno al desco, allorquando la madre ha suddiviso le porzioni della gallina in brodo tra i membri della sua famiglia.

Infatti le cosce sono andate al papà e al figlio grande, perché devono sopportare i lavori gravosi in mare o nei campi; il petto alla sorella gracile e delicata di salute; le ali alla mamma perché hanno poca polpa; e la parte meno pregiata al figlio minore, tanto poi in casa troverà qualcos’altro per compensarsi…

Condividi su:
  • Facebook

Mangé ‘u péne tùste

Mangé ‘u péne tùste loc.id. = Fare esperienza, pratica, tirocinio

La locuzione, alla lettera, significa: Mangiare pane duro.

Quando una volta il pane si faceva in casa, doveva durare minimo una settimana, e perciò – dopo il primo giorno – diventava duro e bisognava mangiarlo così duro fino alla prossima panificazione. Si mangiava praticamente pane duro quasi tutti i giorni. Il lunghissimo tempo necessario ad apprendere un mestiere.

Insomma, uà mangé de pene tùste, figuratamente, significa: ne deve passare di tempo per fare esperienza, per arrivare ad un buon grado di conoscenza del proprio mestiere. Insomma il poveretto è alle prime armi e non ci si può aspettare più di tanto. Dovrà fare ancora molta strada.

A proposito di pane duro, mi è stato raccontato che quando arrivava il pane fresco, un papà accorto non lo faceva mettere a tavola fintantoché non diventava duro.

Ho chiesto incuriosito la ragione, oggi incomprensibile, di questo atteggiamento paterno. Ebbene la risposta è stata sorprendente: altrimenti il pane sarebbe finito prima, perché quando è fresco si consuma in quantità maggiori rispetto alla quota giornaliera, e perciò la provvista di farina si esauriva anzitempo.

Vallo a reaccontare ai giovani d’oggi, tutti alle prese con le diete…..

Condividi su:
  • Facebook

Méle San Dunéte

Méle San Dunéte loc.id. = Epilessia

Alla lettera significa: ‘Male di San Donato’: Santo, che ahimé, evidentemente ne era affetto.

Le crisi epilettiche si manifestano con violente convulsioni che scuotono profondamente il malato.

Si dice anche, per enfatizzare uno spavento: M’ha fatte venì ‘u méle San Dunéte = Mi hai fatto venire un colpo!

Condividi su:
  • Facebook

Menàrece ‘mbàcce

Menàrece ‘mbàcce loc.id. = Risaltare

Risaltare. Saltare agli occhi. Essere vivace, appariscente, appetitoso.

Accüme sò l’alüce? Belle! Ce mènene ‘mbàcce! = Come sono le alici? Belle! Saltano agli occhi!

Condividi su:
  • Facebook

Menàrece jìnde

Menàrece jìnde loc.id. = Stuprare

Questo modo di dire locale, alla lettera, significa: precipitarsi all’interno di un’abitazione altrui. Il che non è grave se non per lo spavento che il gesto può arrecare ai suoi abitatori.

‘U züte c’jì menéte jìnd’ alla züte! = Il fidanzato si è introdotto nella casa della fidanzata.

Il vero significato è molto più complesso dell’entrare in casa d’altri senza bussare…

Si tratta di un vero e proprio stupro “concordato” tra il focoso giovanotto e la procace fanciulla per indurre i genitori di costei a dare il consenso forzato al matrimonio “riparatore”. In questo modo si aggiravano le opposizioni dei futuri suoceri (babbo non vuole, mamma nemmeno, come faremo a fare l’amor?…).

Un attimo, lei restava sola perché i suoi erano usciti, apriva l’uscio faceva entrare il suo amato. Si chiudevano all’interno quel tanto che bastava. Quando ritornava la madre, e trovava la porta chiusa, sapendo che la sua figliola era all’interno, faceva la ‘sceneggiata’, urlando e sbraitando. Poi arrivava il padre ed erano minacce, suppliche e trattative.

Alla fine: Meh, japrüte, ca nen ve facjüme njinde = Dai, aprite, che non vi facciamo nulla.

E la faccia e l’onore erano salvi. Così vissero tutti felici e contenti.

Talvolta i poveri ragazzi o per ristrettezza di tempo, o per propria scelta, non riuscivano nemmeno a compiere il fatidico atto sessuale. Il fatto di essere stati sorpresi soli e chiusi all’interno di un’abitazione bastava e avanzava per accusare il giovanotto di aver arrecato disonore alla povera fanciulla…

Altre volte l’azione era incoraggiata dai poverissimi genitori di lei che con questo modo riuscivano a far celebrare il matrimonio alla chetichella, senza alcuna festa, la mattina all’alba, senza abito bianco (indegno di essere indossato dalla ragazza disonorata), e nella sacrestia della Chiesa, con pochissimi invitati e pochissimi pasticcini.

Purtroppo si sono registrati anche casi di stupro vero e proprio. In questo caso il giovanotto aveva una sola alternativa o di finire accoltellato o di accettare il matrimonio. Sposava la poveretta ma la convivenza, basata solo sull’attrazione carnale, era destinata a inaridirsi. E non esisteva il divorzio! Figuratevi la vitaccia di entrambi…

Sembra un romanzo ottocentesco. Vi assicuro che tutto questo accadeva quando io ero ragazzotto, diciamo fino alla fine degli anni ’50. Chiedetelo ai vostri genitori o ai vostri nonni.

Una cosa simile consiste nella fuga dei piccioncini in una casa accogliente, con il pernottamente fuori dalla casa dei genitori di almeno una notte comportava le stesse conseguenze. In questo caso (in siciliano si dice fuitina = scappatina) l’azione dicesi scapparecìnne = fuggirsene, fare la scappatina.

Necöle e Lucjètte ce ne so’ scappéte = Micola e Lucietta hanno fatto una fuga d’amore. Alla lettera: se ne sono scappati (da chi? da coloro che si frapponevano alla loro relazione).

Condividi su:
  • Facebook