Pucchéte

Pucchéte int. = Peccato!

Si usa per esprimere rincrescimento, rammarico, dispiacere, disappunto.

Sovente anche la locuzione Chippucchéte = Che peccato!

Anche sarcasticamente indirizzata a qlcn che vuol far credere di aver commesso una cazzata…ma in buona fede.

Ca je so pucchéte = Che io sono commiserevole, bisognoso di comprensione, di tolleranza, di scusanti, di compassione perché in condizioni di forte inferiorità (fisica o intellettuale).

Il termine “peccato”, quando non è usato in queste locuzioni, ma come sostantivo, si pronuncia pecchéte.
Tènghe ‘nu pecchéte all’àneme = Ho un peccato sulla coscienza anche in senso figurato, come per dire di aver giudicato male, di aver sospettato di qlcu che invece è incolpevole.

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Sacce!

Sacce! inter.= Boh, non lo so!

Quando non si sa rispondere ad una qls domanda, il minimo che che possa dire è Sacce!.

Credo che sia in estrema sintesi una frase inespressa, come ad esempio:

Jüje nen sacce pròprje che cöse te pòzze arrespònne = Io non so proprio che cosa possa risponderti.

Oppure che ne sacce jüie?. = che ne so io?

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Teh, fatije, teh!

Tèh, fatije, tèh! int. = Tiè, lavoro, tiè.

Viene pronunciata in modo un po’ innaturale, con la ‘i’ molto lunga come se si riportasse un dialetto diverso, invece del consueto fatüje.

Già l’esclamazione romanesca (passata poi all’italiano) tiè (tie’ = tieni, acchiappa, prendi) vuole esprimere maligna soddisfazione per qcs. di spiacevole capitato ad altri.

In questo caso è il lavoro che è stato schivato: A noi ce piace de magnà e béve e nun ce piace de lavorà: pòrtece n’antro litro che noi se lo bevemo…

Insomma un mazzangànne si è sottratto a un’incombenza gravosa, e lo dice rallegrandosi e facendo quel gestaccio dell’avambraccio frenato, come per dire: uhé, fatüje, t’agghje frechéte a tè = ehi, lavoro, ti ho fottuto!

Lo sciagurato non sa che il danno è solo suo. Rimarrà disoccupato in eterno, fintantoché saranno vivi i suoi genitori.

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