Cenjidde

Cenjidde agg = Morbido.

Morbido, soffice, cedevole.

Riferito al pane, al guanciale, al materasso, al dolce, al giaciglio, ecc.

Ai può dire anche Cenjite al femminile fa Cenöte

Le ultime generazioni, ammesso che usino ancora il dialetto, pronunciano cenjille. Non so se esiste un femminile; probabilmente è cenèlle: ‘na škanéta cenèlle = una pagnotta soffice.

Chiedo aiuto ai lettori. Contattate gli anziani!

Forse deriva dall’italiano “cedere” e “cedevole”.

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Chécasòtte

Chécasòtte agg. = Cacasotto

Indica una persona paurosa timida vile e pusillanime. Un inguaribile fifone.

Oppure qualcuno che ha incontinenza fecale per disfunzioni intestinali. L’epiteto in ogni caso è molto spregiativo.

Qlcu pronuncia cacasòtte: secondo me è accettabile.

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Cheppüte

Cheppüte agg, = Fondo

Profondo riferito al piatto con il bordo rialzato, adatto per servire minestra, zuppa o pastasciutta.

‘I piatte spése e ìi piatte cheppüte = I piatti piani e i piatti fondi.

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Chjachjille

Chjachjille agg. = Vile

Si tratta di un termine spregiativo. Indica una persona senza valori, sleale, di poco conto, spergiuro, vile, inaffidabile, ecc. ecc.

Nel dialetto siciliano gli uomini sono classificati secondo una precisa gerarchia: ommini, mezzi-ommini, omminicchi, e quacquaracquà.
Credo che il nostro “chjachjille” corrisponde all’ultima categoria degli infami.

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Chjàveche

Chjàveche s.inv. e agg. = Chiavica

Il sostantivo femminile chjàveche indica la rete fognaria in genere e in particolare quella feritoia alla base del cordolo dei marciapiedi, una cateratta, per far defluire le acque piovane (o le cacche dei cani) direttamente nella fogna. Nelle giornate calde erano maleodoranti, per queste le hanno bonificate eliminandole.

In napoletano si chiamano “saettelle”: nei film i malviventi inseguiti in città vi buttavano la pistola per mostrare di essere “puliti” alla perquisizione della polizia.

Per estens.: Chiaveche s.inv. Persona brutta o spregevole (paragonata a una puzza insopportabile).
‘Nu chjàveche fetènde me stöve arrubbànne ‘a màchene = Un farabutto puzzone tentava di rubarmi l’automobile.

Quando qualcuno è stanco, spossato, dolorante dice: me sènde ‘na chjàveche = mi sento un cesso.

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Chjüne

Chjüne agg. = Pieno

Al femminile fa chjöne = piena.

Subito mi viene a mente “Cozzela chjöne“, un certo Salvatore, venditore ambulante di mitili e frutti di mare, afflitto dalla malasorte, conosciutissimo fino agli anni ’60, che girava per le strade col suo carrettino a mano, lanciando il suo grido ad ogni crocicchio per attirare gli scarsi clienti (còzzela chjöne, uhé = venite, comprate le mie cozze che sono belle piene!). Poveretto finì i suoi giorni in una casa di cura.

Torniamo all’aggettivo: al plurale maschile fa sempre chjüne. Düje sìcchje chjüne d’acque = Due secchi pieni di acqua.

Al plurale femminile fa ugualmente chjöne. Tre sìcce chjöne = Tre seppie ripiene (mmmh, saprüte!).

In forma sostantivata, ‘u chjüne è il ripieno e ‘a chjöne è la piena, nel senso di inondazione.

Chjüne-chjüne, per estensione, è lo stato degli avvinazzati.

Sté chjüne chjüne = È pieno pieno (di vino).
Uso sempre il maschile perché raramente le femmine si lasciano sedurra dagli alcolici.

Quindi, chjöna-chjöna, riferito ad una donna, preferisco pensarla che è agli ultimi mesi di gravidanza, o che abbia esagerato con l’acqua di colonia.

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