Tèrra-pógghje
Tèrra-pógghje s.f. = Terra Apuliæ
Chiedo AIUTO ai lettori più anziani: che cosa era esattamente la Terra Apuliæ? Questo nome mi risuona nelle orecchie da quando ero ragazzino.
Io non ne sono certo, ma mi sembra di aver sentito che si trattava di una specie di società cooperativa di produzione e lavoro che assoldava braccianti agricoli per i lavori dei campi e anche manovali, badilanti, per bonificare le paludi. Il salariato veniva scelto a rotazione, un po’ come oggi i “lavoratori socialmente utili”, LSU, per consentire a più famiglie di sfamarsi.
Addjì ca sté fatjànne mò? Alla Terra-pógghje = Dove stai lavorando adesso? Alla bonifica della cooperativa Terra Apuliæ (o alla vànghe = alla vanga, o alla Pógghje = alla Puglia).
Notate che il concetto di lavorare è espresso con il termine fatjé = faticare, che in italiano esprime grande dispendio di forza fisica: ma ogni lavoro di allora era così, gravoso e durevole, nel senso che richiedeva agli addetti ben oltre le consuete otto ore giornaliere.
Il traguardo di otto ore di lavoro al giorno fu una conquista dei lavoratori dopo anni di lotta sindacale.
Non sono proprio “l’anziano” che richiedevi ma, nei primi anni di lavoro, ero nel più importante Studio di Consulenza del lavoro dell’epoca e, come clienti, avevamo molte imprese edili e, quindi, molti lavoratori anziani che raccontavano di aver lavorato alla “Terrapugghie”, dove si operava stando “a pjìtte de fatüje”, nel senso che si lavorava immersi fino al petto in acqua e si badilava la terra dal fondo del canale o del pantano.
Molti avevano lavorato alla costruzione della “vianöve d’a’ féme” e alle mie richieste di motivazioni del nome c’era chi si arrabbiava veramente (i più anziani) dicendo che la “fame” non c’era; chi mi diceva che la fame era in colui che accettava di lavorare a pochi soldi; altri mi raccontavano che, stando lontano dal paese, c’era stato qualcuno che aveva sofferto la fame.
E’ la strada che porta a Beccarini e poi prosegue nell’interno.
Grazie a Lino, ho modificato il primitivo Terra-apóllje nel più corretto Tèrra-pógghje. Difatti la Puglia in dialetto è detta Pógghje: quindi va bene Terrapógghje, con la ó molto stretta.
A Manfredonia Pógghje è la Puglia piana, ossia il Tavoliere, in contrapposizione alla Puglia garganica o alla Terra di Bari (Puglia Murgiana). In effetti la manovalanza non si spostava oltre il Tavoliere, e non sapeva nemmeno dell’esistenza della Puglia Salentina.
Quando qlcu è sommerso di lavoro, anche figuratamente, non si diceva a “pjitte de fatüje”, ma… a “pìnghe de fatüje”, ossia immerso nel lavoro fino…all’inguine!!!
Uagliò, io ero un giovanotto ma quelli che parlavano con me, a parte il rispetto per colui che gli faceva la busta paga, erano comunque padri di famiglia, perciò se ho detto “a pitte de fatuje” era proprio così che avevano detto!
Benissimo: si diceva a pìtte de fatüje. Tuttavia esisteva anche la forma diciamo a “sfottò”, così come l’ho sentita dal mio barbiere.
Una mattina si affacciò alla bottega un tale e chiese:
” – Ce völe tjimbe?” = Ho da aspettare molto tempo prima che arrivi il mio turno?
Risposta immediata del barbiere: ” – Stéche a pìnghe de fatüje” = Sono molto indaffarato e non posso nemmeno prevedere il tempo necessario per terminare di servire i clienti presenti in bottega.
Mirabile potere di sintesi del nostro dialetto!
…mio padre lovorò alla “terraross”…o “terra ross”.
Non ho mai ben capito stà terra rossa dove si trovasse a a cosa servisse.
Tonino mi puoi spiegare “quaccosa”?
La terra rossa è la bauxite, rossa di fatto, materia prima per l’estrazione dell’alluminio.
La bauxite si cavava dalla miniera di San Giovanni Rotondo, giù nella località delle Matine e veniva imbarcata dal molo di ponente di Manfredonia su navi che poi raggiungevano Porto Marghera, vicino a Venezia, per la lavorazione.
I camion venivano giù da Via Scaloria, percorrevano Via Tribuna, nel senso contrario all’attuale senso unico, giravano giù per Via Seminario e poi giravano per Corso Roma e Piazza Marconi e, quindi, entravano nel porto.
Tutta questa strada era cosparsa da questa terra rossa, in special modo le due curve, quella su da Via Tribuna a Via Seminario e l’altra in fondo a Via Seminario per corso Roma. Qualche cane randagio affamato veniva attirato dalla terra e la assaggiava, se ne assaggiava troppa dopo qualche tempo veniva trovato morto, con la schiuma alla bocca nelle traverse di Via San Lorenzo e Corso Roma.
La miniera, di proprietà della Montecatini, divenne antieconomica e chiusa nella metà degli anni sessanta, con tutti i dipendenti licenziati.
Nel 1822 il minerale denominato bauxite venne scoperto presso Les Baux dal geologo Pierre Berthier (da Wikipedia).
Nella zona portuale la “terra rossa” proveniente dalla miniera di San Giovanni R. veniva scaricata dai camion sulla banchina, in attesa della nave che faceva la spola tra Manfredonia e Porto Marghera.
A caricare ‘u vapöre = il bastimento, la nave, provvedeva la squadra della “Compagnia Portuale”.
Alcuni dipendenti di Manfredonia nel 1969/70, alla chiusura della cava, furono trasferiti da San Giovanni Rotondo ad altri stabilimenti della Montecatini (diventata poi Montecatini-Edison, abbr.Montedison), a Crotone e al Nord Italia.
Denghiù
per i chiarimenti…
ora mi spiego anche di mio suocero che andò a lavorare in Toscana per la Montecatini.