Scapparecìnne
Scappàrecinne v.i. = Fuggirsene
In siciliano, voce ormai accettata anche dal Vocabolario Zingarelli, dicesi fuitina, scappatella.
Vale qui quello che ho spiegato con menàrece jìnde, che vi chiedo di visitare cliccando qui.
La differenza tra menàrece jìnde e scapparecìnne è solo sul luogo dove si consumava l’atto d’amore, ossia se esso avveniva nel domicilio della fanciulla (jìnde = dentro casa sua) o fuori di esso, presso compiacenti ‘complici’ che fornivano loro una camera temporaneamente, fintantochè le cose si fossero appianate con il ritorno a casa dei due colombi ‘fuggitivi’.
Se pàtete nen völe, scappamecìnne! = Se tuo padre non vuole, fuggiamo via insieme!
Quando io ero proprio piccino, e sentivo che due fidanzati se ne erano scappati, immaginavo un inseguimento per le vie di Manfredonia!…Gli sposi avanti che correvano e le guardie o i genitori di entrambi dietro di loro, come nelle comiche dei film di Charlot!
[...] conseguenze. In questo caso (in siciliano si dice fuitina = scappatina) l’azione dicesi scapparecìnne = fuggirsene, fare la [...]
La scappatella è una cosa molto più complicata di quel che sembra, ed io ne sono stato testimone anche agli inizi del 1970, naturalmente in certi ambienti non proprio culturalmente elevati.
In ogni caso, scappata o menàrece jinde, in quegli ambienti, la “cosa” più importante, per cui rimasi allibito, era la “prova” dell’avvenuto stupro, “u stuppìlle“, il fazzoletto sporco o il lenzuolo sporco di sangue per l’avvenuta perdita della verginità, messo in mostra, esaminato dai parenti e genitori dei diretti interessati!
Il “fatto” accaduto tra dirimpettai a pianterreno, creò un sommovimento in tutta la strada, per cui il famoso lenzuolo, lavato non proprio per bene, restò per almeno due giorni steso alla corda vicino alla porta della ragazza “violata”, tra l’altro una trentenne.
Beh, caro Lino, dire che sei rimasto ‘allibito’ di sembra riduttivo…
Tutto questo mi sembra un costume da popolazioni tribali…
Ma in un certo ambiente era ritenuto del tutto normale che la madre dello sposo avesse il “dovere” di verificare l’avvenuta ‘consumazione’ del matrimonio, ancorché regolare.
La ‘prova’ che la leggiadra sposa fosse giunta illibata al talamo del figlio mostrava anche che costui era ‘buono’, ossia capace di condurre la battaglia.
Tutto questo poteva avvenire perché gli sposi, alla fine della feticciola, congedati gli amici e i parenti, rimanevano nel loro nido, nello stesso paese. Quindi la mamma di lui si sentiva invogliata a recarsi di buon mattino presso di loro con il bricco del “caffé” e a ficcanasare.
Per sfuggire a questo perfido imbarazzantissimo rito, gli sposi un po’ più abbienti, pernottavano all’Albergo Daniele, lo stesso dove avevano organizzato il rinfresco, oppure, dopo aver salutato gli invitati, si recavano un albergo di Foggia a consumare in santa pace quello che c’era da consumare.
Sarei curioso di sapere che cosa sarebbe accaduto se la suocera non avesse reperito le tracce cercate. Scientificamente non è detto che la deflorazione comporti sempre perdite di sangue. Dipende dalla conformazione dell’imene.
Meno male che nessuno più, spero, ricorre a questa consuetudine primitiva crudele e selvaggia.
Allibito, si, è riduttivo. Ero appena sposato e una parente della famosa ragazza era mia dirimpettaia e, proprio per la stima ed il rispetto che aveva per me, mi chiese addirittura di fare da giudice unico nella controversia. Io non avevo capito cosa avrei dovuto fare, rifiutai per naturale indole di non impicciarmi dei fatti altrui. Fu mia madre che mi informò (in casa eravamo solo fratelli maschi) e mi raccontò, diciamo, “l’usanza” locale (ricordati, te l’ho già raccontato, che eravamo appena rientrati da Taranto).