Viéte a te, cüle…

La storia (frecàbbele) va spiegata per intero.

D’inverno, con il freddo, il naso soffre e gocciola, e con una sorta di invidia si rivolge al culo:

Viéte a tè, cüle ca sté jìnd’a valle au scüre! = Beato te, culo, che stai al caldo nella valle, al buio, coperto e caldo.

D’estate, con tutto il corpo molliccio di sudore, il culo soffre più di tutte le altre membra, e risponde al naso:
Viéte a tè, nése, ca sté söpe a quedda cuppéte = Beato te, naso, che stai sopra, in alto, scoperto, a goderti il fresco.

Il detto era pronunciato un po’ per intrattenere i figlioli attorno al fuoco, e un po’ per dimostrare – qualora ce ne fosse bisogno – che nessuno è mai contento del proprio stato.

Condividi su:
  • Facebook

Lascia il tuo commento>

Il tuo indirizzo e-mail non sarà visibile, Non temere.