Chése-a-vendòtte
Tradotto alla lettera: casa al numero civico 28.
Il detto definisce il luogo dove evidentemente c’era possibilità di mangiare a ufo. Difatti si diceva anche tàvele-a-vendòtte.
E quìste vènene sèmbe a chese-a-vendòtte…=E quenti vengono sempre a casa mia a mangiare a sbafo.
Quando non tutti avevano da mangiare c’era chi – con la scusa di fare una visita di cortesia – si presentava a casa di amici proprio all’ora di cena, magari in compagnia della moglie. Il padrone di casa si sentiva un po’ “costretto” a invitarli a restare per la cena.
Il malcapitato padrone di casa evidentemente abitava a numero 28, e il suo detto è rimasto nella memoria collettiva (chése-a-vendòtte oppure tàvele-a-vendòtte).
Quando il desco era vuoto, malinconicamente si diceva: Add’jì ca jéme jògge, a chése-a-vendòtte? = Non abbiamo nulla da mangiare, dove andiamo a rimediare qualcosa da mettere sotto i denti?
Fortunatamente questi tempi grami sono ormai passati per sempre (o no?).
Se qualche lettore (forza Lino Brunetti!) trova una spiegazione più plausibile sarò lieto di pubblicarla.
Io veramente ho sempre pensato che, dopo aver riscosso lo stipendio il 27 del mese, c’era chi, fortunato, godeva anche il 28 a casa dei suoceri o dei genitori.
Questa del numero civico, non l’ho mai sentito prima. Ma posso anche sbagliarmi!
Un amico mi ha riferito un’altra sua spiegazione.
Quando a fine mese le risorse finanziarie della casa sono esaurite, la famiglia cerca altri posti dove poter mettere qualcosa nello stomaco.
E questo succede verso il 28 del mese.
Un po’ come l’attuale discorso della “quarta settimana” in cui la paga, lo stipendio o la pensione si esaurisce e si va a “casa a vendotte”
Grazie Lino, lo so che sei appassionato come me del nostro complicato dialetto.
Ci vorrebbero alcuni volenterosi lettori per ampliare il discorso su ciascuna voce apparsa in questo lavoro (Mambredònje, Seppia, Apple, tanto per citarne solo alcuni).
Chiedete agli anziani: vi sorprenderanno!
Ripeto qui quello che avevo già detto su “il manfredoniano.com”. Le interpretazione dei soprannomi o di certi termini desueti o di taluni verbi o modi di dire sono mie, sono frutto delle mie opinioni, e per proprio questo sono ampiamente opinabili.
Io non ho la pretesa di scrivere il Vangelo del dialetto! Non sono in possesso del verbo rivelato, intesi? Accetto ogni suggerimento per amore di Manfredonia. E se le opinioni sono diverse tanto meglio così ognuno fa un raffronto tra le varie idee e se ne fa una propria.
Buona lettura.
Riporto una espressione simile rintracciata in rete.
Si tratta di un detto napoletano dell’800.
Vediamo se può calzare…
“A taverna d’ ‘o trentuno
Letteralmente: la taverna del trentuno.
Così, a Napoli sogliono, inalberandosi, paragonare la propria casa tutte quelle donne che vedono i propri uomini e la numerosa prole ritornare in casa alle più disparate ore, pretendendo che venga loro servito un pasto caldo.
A tali pretese, le donne si ribellano affermando che la casa non è la taverna del trentuno, nota bettola partenopea che prendeva il nome dal civico dove era ubicata, bettola dove si servivano i pasti in modo continuato a qualsiasi ora del giorno e della notte”.
Insomma: questa casa non è un albergo!
Potrebbe essere questa la spiegazione più plausibile della nostra proverbiale “casa a 28″.
scusate, ma non potrebbe avere qualche attinenza con il modo di dire “a carte quarantotte” ???
No. Io penso che l’espressione “A carte quarantotto” sia di lingua italiana, per dire ‘mandare a scatafascio’, ‘non concludere un patto’, ‘mandare a monte un progetto’ ‘creare uno scompiglio’.
Deriva dal fatto che nel 1848 avvennero in molte nostre regioni i primi moti rivoluzionari del Risorgimento (richieste ai sovrani locali di concedere la Costituzione, repressioni, barricate, ecc.) che dopo le guerre d’Indipendenza portarono all’unità d’Italia.
Insomma: “qui succede un quarantotto”, e “mandare a carte quarantotto” facevaro riferimento a quel burrascoso periodo della nostra Storia.
Scusatemi se mi sono permesso questa insolita lezione di Storia.
sì… credo tu abbia ragione.