Sculacchjéte

Sculacchjéte agg. = Squarciato, dal culo rotto.

1) Dicesi di frutto di ficodindia staccato maldestramente dalla pianta, con lacerazione della buccia sul fondello. Anche i fioroni o i fichi sono sculacchjéte quando presentano spaccature sul fondo perché troppo maturi. Sono ugualmente detti sculacchjéte, se presentano una lacerazione dalla parte del picciuolo. Bisogna consumarli in breve tempo altrimenti si inacidiscono.

2) Si proclama qlcn che ha una fortuna sfacciata al gioco. Ha un “culo”, in senso di buona sorte, così grande che si è aperto come quello dei fioroni troppo maturi. Ora si dice simpaticamente ‘una botta di culo’ per indicare un colpo di fortuna. Che in verità non guasta mai!

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Sètte e trè djice, scrüve zöre e pòrte jüne

Sette più tre fanno dieci, scrivo zero e riporto uno.

Si recitava questa filastrocca aritmetica delineando un disegno osceno con il gessetto, un carboncino, un lapis o qls cosa….

Gli adolescenti si atteggiavano a grandicelli quando disegnavano questa “opera d’arte”.

Potrei anche disegnarlo io ma, mi capite, ora sono una persona stimata…..Non intendo far chiudere il blog perché il disegno sarebbe giudicato offensivo al comune senso del pudore.

Non è come il “cinque e tre otto

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Luàrece quàtte chjöche

Luàrece quàtte chjöche loc.id = Togliersi quattro pieghe.

Le pieghe che metaforicamente si tolgono sono quelle del ventre floscio per il digiuno. Togliersi le pieghe significa riempirsi la pancia, mangiare tanta roba buona fino a rimpinzarsi…

Quando si è digiuni cronici, la pancia si affloscia su se stessa formando delle pieghe, come fa un sacco vuoto quando è appoggiato al pavimento.

Avendo mangiato così tanto si sono tolte le “pieghe” della pancia, che ora appare gonfia e ben tesa. In italiano si dice ridere o mangiare “a crepapelle”.

L’espressione dialettale si usa ancora oggi, ma solo scherzosamente, perché il cibo non riveste l’impellenza di una volta: oggi siamo tutti a dieta!

Ovviamente la locuzione va intesa soprattutto in senso figurato, con il significato di: approfittare della situazione favorevole per ottenere il massimo soddisfacimento (sessuale, contrattuale, commerciale, ecc.)

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Pegnéta püta-püte

Pegnéta püta-püte s.f. = Putipù o caccavella

Tecnicamente è classificato come uno strumento a percussione, più propriamente “tamburo a frizione”.

È quasi sempre di fattura artigianale, ed è formato da un vaso di terracotta, o anche di latta o di altro materiale, chiuso con una membrana di pelle tesa con un foro centrale, attraverso il quale è inserita una cannuccia.

Sfregando questa cannuccia, dall’alto verso il basso con la mano inumidita stretta a pugno, o con una spugnetta bagnata e strizzata, si ottiene un suono grave, umoristico, talora imbarazzante perché simile a uno scorreggione, che funge da contrabbasso nelle melodie popolari folkloristiche.

Tipico strumento, assieme al tamburello, delle tarantelle napoletane, conosciuto anche da noi fino agli anni ’40.

Ad una ‘A pegnéte püta-püte è paragonato un soggetto brontolone, che ha sempre da ridire, che parlotta anche quando è richiesto il silenzio:
Assemègghje ‘na pegnéte püta-püte = Sembra un putipù.

Nel Sud Italia assume diverse denominazioni regionli:
putipù, cupa-cupa, cupiello, cacavella, pernacchione, ecc.

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Carrié

Carrié v.t. = Caricare, accumulare, trasportare

Mi fa venire in mente l’insegna “Cash & carry” = Paga e carica, porta via, dei grandi magazzini ad uso dei clienti grossisti, quindi forniti di partita IVA.

Stranamente quel “carry” anche se scritto in inglese ha avuto per me manfredoniano un significato chiarissimo.

Il termine più antico era carescé = “carreggiare”, sistemare o trasportare sul carro a trazione animale. Pensare all’immane lavoro negli anni ’30, quando hanno carriéte blocchi di pietra dalla cava dell’attuale Campo Sportivo Miramare al molo di levante per i lavori di allungamento della banchina, tutto con carrettoni a trazione animale, dalla portata massimo di 20 qli per volta.

Prima dello sfruttamento di questa cava, dal lido sabbioso la costa saliva rocciosa e uniforme fino all’altezza di via S.Giovanni Bosco (che allora non esisteva) con la stessa attuale pendenza di via dell’Arcangelo [ossia dal lido Titta a Tommasino], o di Via Alessandro Volta [dal lido Sirenetta alla baracchetta di Damiano].

Normalmente i carri avevano un uso agricolo per trasportare frumento, legna, concime organico, meloni, ecc.

Carrié i tüfe = Issare i conci di tufo.
Uno dei lavori più massacranti in edilizia, cui erano adibiti i ragazzotti, senza alcuna norma di sicurezza, che si inerpicavano sulle scale a pioli per portare ai “mastri” muratori ai piani superiori i blocchi di tufo appoggiati su una spalla. Una mano reggeva il tufo e l’altra si aggrappava ai pioli nella salita.

Carrié ‘a frasciüne = portare su a tufina, sempre a spalla sulla scala a pioli, in “caldarelle” di ferro.
E se non erano abbastanza veloci, i garzoni rischiavano di prendere una pedata dal capo-mastro così si sarebbero sveltiti!
Tutto vero, chiedete in giro agli anziani.

Abbiamo poi visto negli anni ’50 i “montacarichi” artigianali, funzionanti a mano come una carrucola, fatti con una ruota di bicicletta senza gomma sostenuta da una trave di legno.

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