Nzéne nzéne e lu rótte porte au séne

Si usa questa Detto se si è costretti a sobbarcarsi il lavoro altrui, magari subendone anche lo scherno, la derisione, quando se lo potrebbero fare benissimo loro stessi.

È la frase conclusiva di una favoletta dialettale che gli anziani raccontavano ai bambini.

Si trattava della scaltrissima volpe che invitò il lupo ad assaltare la dispensa del massaro. La volpe, mentre trangugiava i formaggi, aveva la furbizia di controllare ogni tanto se il volume della sua pancia fosse di intralcio al passaggio attraverso la strettoia che le aveva consentito l’ingresso. Il lupo invece mangiava ingordamente. Quando giunse il padrone, la volpe subito sgattaiolò all’esterno e il lupo rimase all’interno del magazzino e si beccò l’intuibile razione di legnate.
Il lupo rimase a terra k.o. e quella sua finissima amica, quando fu tutto tranquillo, si stese per terra accanto al lupo e finse di averle prese anch’essa: si pose un po’ di ricotta sulla testa per simuare la fuoruscita di materia cerebrale sotto la gragnuola delle randellate.
Sfrontatamente chiese al lupo se la poteva portarla a cavalcioni all’esterno, ora che il massaro era andato via, poiché era stremata dalle randellate (mai prese!). Durante il tragitto cantilenava: nzéne nzéne nzéne, e lu rótte porte au séne. Il lupo chiese che cosa stesse dicendo, e la volpe gli rispose che a causa del forte dolore stava delirando!

Se qualcuno dice che “u mùrte porte au séne” non conosce la storiella appena raccontata.

Note grammaticale: come al solito costruzione della frase è volta al dativo, (il rotto porta al sano) anziché all’accusativo ( il rotto porta il sano);
Nota fonetica: presumo che quel incipit Nzéne nzéne non sia solo per adariarvi la rima, ma potrebbe essere la pronuncia dialettale reiterata di “non sai?” = nenzé?

Ringrazio il lettore Alfredo Rucher di avermi dato lo spunto per elaborare questo articolo.

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Steffüse

Steffüse agg. = borioso, fanatico, tronfio.

La lingua italiana ci offre come sinonimi una caterva di aggettivi: arrogante, immodesto, presuntuoso, superbo, tronfio, fanatico, gonfio, spocchioso, supponente, saccente, vanaglorioso, vanitoso, burbanzoso, orgoglioso, pretenzioso, sentenzioso, altero, altezzoso, sdegnoso, sprezzante, superiore, tracotante.

A noi Manfredoniani basta una sola parola per liquidare questo soggetto antipatico: steffüse, nel senso che lui ci ha stufato, che il suo atteggiamento ci procura un senso di disgusto. Come dire:stomachevole.

Ovviamente esiste il suo corrispondente al femminile: stefföse

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Mbavedé

Mbavedé v.t. = Intimorire, terrorizzare

Va bene anche mbavedì. Si usava fino agli anni ’60. Lo adoperano ora solo le persone anziane, da cui l’ho appena appreso.

Ha un’origine, se vogliamo, abbastanza dotta, come per dire rendere pavido, timoroso, pauroso, ovviamente con minacce o soprusi.

Al participio passato fa ‘mbavedüte = terrorizzato, impaurito. Ha valore anche di aggettivo.

Con linguaggio burlesco si dice ‘ngacazzéte

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Afföre afföre

Afföre afföre, o con altra grafia (preferibile) A före a före loc.id. = Da cima a fondo

Interamente, senza lasciare nulla.

Stu müre sté crepéte a före a före = questa parete è lesionata da cima a fondo.

Agghje fatte ‘na camenéte a före a före ‘u Còrse = Ho passeggiato lungo tutto Corso Manfredi.

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Ciànne müje quànne hè putüte, e mò me chiàmene mòneca varvüte

In gioventù ho sfruttato il mio sex-appeal, ma ora in età avanzata sono diventata proprio inguardabile.

Oserei dire proprio un cesso.

La traduzione non è proprio letterale, ma questa grido di angoscia è un rimpianto e non un rimorso.

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