Pizzarèlle
Pizzarèlle s.f. = Dolciume
Dolcetto pasquale di forma rotondeggiante, di farina, zucchero e uova. Un po’ come i pavesini fatti in casa.
Anche le pizzarelle di mandano in forno sulla teglia larga (’ a ramöre = la lamiera)
Pizzarèlle s.f. = Dolciume
Dolcetto pasquale di forma rotondeggiante, di farina, zucchero e uova. Un po’ come i pavesini fatti in casa.
Anche le pizzarelle di mandano in forno sulla teglia larga (’ a ramöre = la lamiera)
Scavetatjille s.m. = Scaldatello
Biscotto salato al finocchietto.
Tipico della Puglia e della Basilicata.
In quest’ultima Regione sono conosciuti come “òssere de muòrte” = ossa di morti, perché al tatto e al colore sembrano ossa… umane.
Per ottenerli croccanti bisogna impastare la farina con acqua, olio di oliva, semi di finocchietto e sale.
Se ne ricava un cannello lungo che viene tagliato a circa 18 cm.
Ognuno di questi segmenti viene acciambellato. Quandoo tutti le ciambelle sono confezionate vengono bollite,scolate, asciugate e infine passate al forno nella teglia larga (‘a ramöre = la lamiera).
Il nome dei biscotti, usato generalmente al plurale, deriva dal fatto che sono stati bolliti = scavedéte
Ottimi quelli del tartallificio “Nella”, scusate la pubblicità, ma sono proprio come quelli che faceva mamma mia.
Mustacciùle s.m. = Mostaccioli
Dolce secco natalizio a base di farina, zuccheri, aromi e mandorle spezzettare.
Si ricavano dallimpasto tanti panetti a losanga di 10 cm di lunghezza maggiore.
Si infornano allineati su una apposita larga teglia di latta (’a ramöre = la lamiera).
Si conservano a lungo perché asciutti.
Cartelléte s.f. = Cartellate
Dolce natalizio tipico pugliese e lucano.
Fettuccia di pasta dolce, ritagliata con la rotellina, ripiegata a V e avvolta a spirale.
Si cuoce al forno o si frigge in olio di oliva.
Dopo la cottura le cartellate si condiscono con miele o con vünecutte = sciroppo di carrube, o con mosto-cotto.
A volte si adornano anche con confettini colorati. Si conservano a lungo.
Pèttele s.f. = Frittella
Frittella di pasta morbida di pane, ben lievitata, cotta in abbondante olio d’oliva.
Qualche massaia incorporava alla pasta, prima di friggerla, dei filetti di alici salate o di baccalà spugnato . Le mamme più abbienti addirittura vi ponevano dei chicchi di uva passa.
Se dopo qualche giorno, le rimanenti pettole si indurivano, bastava riscaldarle, avvicinandole in punta di forchetta, al fuoco del braciere per farle ammorbidire.
Proverbio: I pèttele ca nen ce màngene a Natéle, nen ce màngene ‘chió = Le pettole che non si mangiano a Natale non si mangiano più. Ossia afferra l’attimo, il giorno (Carpe Diem in versione manfredoniana).