Fé ‘nu bàlle pe chése

Fé ‘nu bàlle pe chése loc.id. = Fare un ballo per ciascuna casa

È così definita una bellissima tradizione carnevalesca di Manfredonia.

In questo periodo molte case, specie a piano terra, sbaraccato il letto grande, diventavano luogo di ritrovo di comitive di giovani e ragazze per le tre canoniche serate danzanti di Carnevale (domenica-lunedì-martedì grasso).

Fino alla mezzanotte gruppetti itineranti lasciavano il proprio sito con poche persone e con il giradischi in funzione, e giravano le varie “socie” (= locale per i soli soci), il cui ingresso temporaneo era consentito agli estranei solo se si rispettavano rigidissime regole:

1 - gli ospiti, mascherati, potevano ballare tra di loro un giro di danza;
2 - gli ospiti, sempre con la maschera, potevano ballare il secondo giro di danza con i giovani della “socia” che erano sempre a volto scoperto;
3 - gli ospiti dovevano togliersi la maschera e farsi riconoscere prima di salutare e ringraziare gli ospitanti, chiedere di fare un’altro giro di danza, e continuare a girare per altre “socie” fino alla mezzanotte. Dopodiché ognuno tornava nella sua tana a ballare fino all’alba.

Spesso però capitava che qlcu non volesse farsi riconoscere (perché magari si era presentato per rubare un contatto con la ex fidanzata). La colluttazione con il capo-sala era inevitabile!

Fare “un ballo per casa” fisicamente era un po’ una grossa fatica, ma il divertimento era assicurato.

Metaforicamente “fé nu bàlle pe chése” definisce il comportamento di certi chécafurnjille, farfalloni (un po’ quì, un po’ là) che cambiano facilmente ragazza e non vogliono cercare una sistemazione definitiva.

Se la ‘mmìdje fosse rógne, sarrüje ‘mbestéte tutte ‘u mónne.

Se l’invidia fosse una malattia (visibile e infettiva) come la rogna, si sarebbe contagiato tutto il mondo.

È un sentimento, purtroppo, diffuso dalla creazione dell’Uomo, da Caino ai giorni nostri.

Se qlcu è forte di carattere ci ride sopra. Le persone normali si difendono con le armi della supestizione (cornetti, e amuleti vari) ricorrendo ai contramalùcchje.

A proposito dell’invidia, mia nonna aveva in bella mostra in casa un bel corno di vacca, lucido, nero e bianco, fissato ad una base di legno e legato con un nastrino rosso. Cercando di parlare in lingua, diceva: Còndro la ‘mmìdia della mia fortuna, pìgghjo questo corno e ce lo ficco in cu….!.

Non traduco questa volta perché il discorso è quasi in italiano.

Arte de Meléne

L’arte de Meléne loc.id. = L’arte di Milano

In questo caso l’Arte di Milano non è una tendenza artistica lombarda…

La locuzione locale intende evidenziare la necessità di un minimo di iniziativa per eseguire una prestazione di servizio semplice, specie quando qlcu accampa scuse e difficoltà inesistenti.

Pe lué i chépe all’alüce nen ce völe l’arte de Meléne = Per togliere le teste alle alici non occorre tutta questa abilità, non si incontrano difficoltà di sorta.

Spìccete a pulezzé ’sti scarpe: e che ce völe l’arte de Meléne? = Sbrigati a lucidare queste scarpe: e che, ci vuole un diploma del Liceo Artistico per eseguire questa operazione?

Sgagnéte

Sgagnéte agg., s.m., sopr.= Sdentato

Riferito a qlcu di qcn. che ha perso alcuni o tutti i denti per carie, piorrea, traumi o altre amenità del genere.

La persona senza denti.

Esiste anche un soprannome: io ricordo Lelüne ‘u sgagnéte = Michele Ciociola, bravo autista e bravissimo meccanico di TIR.

Pénecutte

Pénecutte s.m. = Pancotto

Piatto rustico a base di pane secco o raffermo, bollito in acqua con aglio, rosmarino e alloro, talvolta con l’aggiunta o la sostituzione di altri ingredienti, come cime di rape, patate affettate, cipolle, ecc.

Quello che rende il tutto sublime è l’olio garganico extra vergine di oliva, preferibilmente di Macchia, versato in abbondanza direttamente sui pezzi di pane, e magari con l’oliera di latta a becco lungo (l’ugghjarüle). Un vero rito gastronomico.

Diciamo che è un piatto povero, perché le nostre nonne non buttavano nulla che fosse commestibile. Riciclavano il pane durissimo rendendolo appetitoso specie agli sdentati (sgagnéte).