Numenéte

Numenéte s.f. = Nomea, reputazione, fama

Usato prevalentemente con valenza negativa: mala numenéte = cattiva reputazione.

Pòvere a chi töne ‘a mala numenéte = Guai ha chi ha una cattiva reputazione (anche se compie la più nobile dlele azioni verrà sempre denigrato)

Mi viene in mente la solita disgraziata: Caremöla Pampanèlle.

Così va il mondo.

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Mamme e figghje….

Lo cito completo, perché il proverbio è lungo, e nel titolo di testa non ci entra (nen ce chépe)

Mamme e fìgghje ce càpene ‘nda ‘na buttìgghje;
mamme e nöre ce càpene ‘nda döje lenzöle.

Mamma e figlia ci stanno dentro una bottiglia; mamma e nuora ci stanno dentro due lenzuola.

È questione di vicinanza fisica ma soprattutto affettiva. Una mamma starebbe sempre vicina vicina a sua figlia. Con la nuora forse è meglio che si mantenga un po’ alla larga, per il bene di entrambe!

Comunque lo stereotipo della suocera invadente e della nuora pungente è un po’ in declino. Io non credo che sempre e in ogni caso debba esserci acredine tra le due. Ora la mentalità, grazie a Dio, è molto più elastica (spero!).

Ringrazio Michele Berardinetti per il suggerimento fu FB.

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Nen tenì né panze e né criànze

Non avere né pancia, né buona creanza.

Nei tempi di crisi economica vera, non tutti e non sempre potevano mangiare adeguatamente, e si incontravano molte persone smagrite per denutrizione. Quindi una persona senza “pancia” denotava subito la sua miseria. Quelle floride mostravano il loro benessere ed erano guardate con un po’ d’invidia. Non come oggi che cerchiamo tutti una dieta per smaltire i chili di troppo!

Se poi qualcuno, in quell’epoca, era anche uno che mostrava impertinenza, ineducazione, villania, veniva etichettato subito:

Nen töne né panze e né crianze = è un poveraccio e anche screanzato. Non possiede beni né modi. Insomma negativo su tutta la linea.

Ringrazio il lettore Enzo Renato per il suo suggerimento.

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Pìcche-e-pe-njinde

Pìcche-e-pe-njinde avv. = spesso, sovente, frequentemente.

L’avverbio è di origine garganica, ed è ormai entrato anche nella nostra parlata dopo la continua immigrazione interna a Manfredonia avvenuta negli ultimi 70 anni, specie di Montanari, ormai perfettamente integrati nel nostro tessuto urbano.

Essi dicono “pìcche” per indicare “poco”. Pìcche pìcche = poco poco.

La frase dovrebbe significare: poco e niente, nonnulla. Bene, la quantità è riferita anche all’intervallo di tempo: poco dopo, a ripetizione, ecc. Insomma con frequenza, ripetutamente, spessissimo.

Pìcche e pe njinde = pöche e spìsse = poco e spesso.

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Caccé ‘a lènghe

Caccé ‘a lènghe loc.id. = Diventare sfacciati e indisponenti.

Commento che constata una metamorfosi avvenuto in qlcu che era sempre taciturno, introverso. Improvvisamente costui trova da ridire, ciarliero e, inaspettatamente, molto polemico.

Ih, vüte a jìsse, ò caccéte ‘a lènghe mò = Toh, guarda lui, è diventato sfacciato adesso.

Può anche riferirsi a qlcu reticente, omertoso, che alla fine si decide a rivelare quello che è a sua conoscenza, magari valutando il vantaggio che potrebbe trarne.

Più semplicemente evidenzia il fatto che il bebé, dopo tanta lallazione, tipica nella fase di apprendimento del linguaggio, inizia da dire parole comprensibili, magari ripetute a lungo.

Infine, come atto materiale, significa proprio cacciare la lingua fuori dalla bocca per fare smorfie e boccacce.

Qualche altro significato può essermi sfuggito? A voi la replica!

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