Scarfògghje

Scarfògghje s.f. = Tegumento
[da Wikipedia: In biologia e anatomia, viene genericamente definito tegumento qualsiasi membrana o tessuto di varia natura che svolga una funzione di rivestimento e protezione di un organo o di un intero organismo].

Specificamente in dialetto si definisce em>scarfògghje quella pellicola vegetale che ricopre ogni strato dei bulbi in genere: di cipolla, di muscari (lambasciüne). Al plurale la “o” si pronuncia stretta: ‘i scarfógghje.

La pellicina interna è piuttosto morbida, quasi diafana.

Quella esterna quando la cipolla viene appena sterrata è ancora umida. Dopo un po’ si asciuga, protegge gli strati inferiori, ma è ugualmente sottile e fragile.

Gli anziani spesso ci dicevano che la nostra vita va riguardata perché essa è fragile e delicata come ‘na scarfògghje di cipolla. Era l’immancabile invito alla prudenza, che partiva da persone considerate sempre maestri di vita, un’importente fonte di insegnamento per noi ragazzi della nostra epoca.

Questo monito sarebbe quanto mai necessario adesso, verso la gioventù moderna che non riconosce alcun punto di riferimento morale, e si lascia andare, cedendo alle lusinghe dell’alcol, della spericolata velocità, dai rave-party, dalla droga… La cultura della morte, non della preziosa e irripetibile vita.

Mi voglio fermare qui: io mi devo occupare solo della parte letteraria di questa rubrica, senza sconfinare (troppo) in altri campi! Sono partito dalla foglia di cipolla e sono aapprodato nell’etica.

Ringrazio Tonino Starace per il suggerimento di scarfògghje.

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Tjanèlle

Tjanèlle s.f. = Tegamino

Si usava anche ‘u tjanjille, al maschile.

Uso un tempo al passato perché è prevalso l’uso del termine italiano pronunciato tegamüne….
È dialetto geneticamente modificato. Non mi piace!

Si tratta di un tegame a bordi bassi, si terracotta o anche di alluminio, adoperato per cuocere il ragù, i legumi, o per riscaldare una vivanda.

Mi pare di sentire mia nonna: Te jà fé l’ùve jind’u tjanjille? = Ti preparo un uovo al tegamino?

Ritengo che l’origine del termine, qui usato al diminutivo, sia “tegame”. I Napoletani dicono tuttora ‘o tiàme e anche tiane e tianèlle.

Mi viene a mente un’antica filastrocca napoletana:
Chiove e ghièsce ‘o sole
tutt’e vècchje fann’ammore
fann’ammore int’o tiàne
tutte ‘e vecchie ruffiane.

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Sòrve

Sòrve s.f. = Sorba, sorbola.

Va pronunciata con la ò larga (‘a sòrve). Se invece si usa la ó stretta (‘u sórve) il significato, al maschile, cambia: sughero.

“Il Sorbo (Sorbus domestica) è un albero della famiglia delle Rosacee, che cresce anche spontaneo ai margini dei boschi nei Paesi del Bacino del Mediterraneo

Di questa specie esistono due varietà: una con frutti piriformi (simili a piccole pere), e l’altra con frutti rotondi (simili a piccole mele). I frutti di questa specie venivano in passato usati a scopo alimentare, ma oggi non vengono quasi più consumati. I frutti del sorbo sono chiamati sorbe o sorbole e hanno la particolarità di completare la maturazione dopo la raccolta, pertanto vanno conservati e lasciati maturare ulteriormente finché “ammezziscono”, cioè diventano morbidi e saporiti.”

Fin qui quello che riporta Wikipedia, testo e foto.

È opportuno aggiungere la solita nota fonetica. Diciamo sòrve, o anche sòreve perché, con retaggio del dominio spagnolo che ha lasciato tracce anche nella lingua parlata, la b e la v si pronunciano allo stesso modo. Esempi?: vràzze, varvjire, àreve = braccio, barbiere, albero.

Come è ormai consuetudine, inserisco un ricordo personale legato all’argomento trattato. Scendeva periodicamenmte dalla montagna un tizio che vendeva capperi, corbezzoli e sorbe, a seconda della stagione.
Lanciava il suo grido con voce squillante e possente. Chjapparììììììne! Mbriachèèèèèlle. Ca tènghe li sòòòòòrve! . Poi, inaspettatamente in italiano, gridava: “comprateli che sono buoni!”

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A vucjille jìnd’a caggiöle nen cànde p’amöre ma pe ràgge

L’uccello in gabbia non canta per amore, ma canta per rabbia.

Questo proverbio vuole constatare, con ammirazione, la forza d’animo di qlcn che, a dispetto delle avversità della vita, riesce a trovare un po’ di serenità, magari dedicandosi ad altre attività.

Ve lo immaginate un essere umano obbligto a vivere in carcere, o in ospedale, o fuori dell sua famiglia, che canta tutto il giorno? Costui se ne è fatta una ragione, e cerca di superare al meglio il suo stato d’animo, di sollevare il morale, nonostante le avverse circostanze.

Ripeto, si pronuncia questo Proverbio con un forte senso di ammirazione e apprezzamento verso colui che ha avuto delle avversità, e in qualche modo sta reagendo alla malasorte.

Ringrazio il lettore Michele Muscatiello per il suo suggerimento.

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Archètte

Archètte s.m. = Archetto

In tutta Italia, il termine indica l’archetto, indispendabile accessorio degli strumenti musicali a corda. Parlo di quelli conosciuti proprio come appartenenti alla “famiglia degli archi” (violino, viola, violoncello, contrabbasso).

Da noi aveva anche un’altra connotazione, semmai ritenuta più pratica, perché più remunerativa economicamente per il suo possessore di quanto lo fosse l’altro per i musicisti.

L’archètte di cui parlo è un aggeggio costruito manualmente formato da un’asticella elastica, un filo annodato a cappio, ed era (ora non più perché proibito), usato per catturare uccellini, possibilmente da canto (cardellini) almeno fino alla fine degli anni ’50.

Questi erano molto ricercati e venivano pagati profumatamete degli appassionati.

Gli uccellatori per catturare i volatili tendevano anche delle reti issate su paletti, proibitissime ora anche queste, e vivevano di questa attività.

Jì a tènne = Andare a tendere (gli archetti) era la loro attività prevalente. Si avvalevano degli spenüne = spinoni.

Questi ultimi erano dei cespugli secchi di biancospino, opportunamente estirpati ed intrecciati. Questa specie di siepe mobile veniva collocata in uno spazio senza altri punti di approdo per i volatili. Quando i pennuti si posavano sullo “spenöne” (cespuglio di biancospino) scattava l’archètte e li accalappiava per una zampetta.

I spenüne, l’archètte, e ‘a caggiulèlle = gabbiettina, rappresentavano tutto l’armamentario dell’uccellatore, preparato tutto con le sue mani.

I luoghi di cattura erano Škòppe (Siponto) e nella vallata a nord del cimitero, all’epoca completamente sgombra da costruzioni.

Una famiglia di noti uccellatori di Manfredonia erano quìdde Tremìgne, ossia i Trimigno.
Questa attività fu progressivamente abbandonata. Ora gli appassionati di uccellini trovano nei negozi specializzati quelli nati in cattività.

Ringrazio vivamente il dott.Enzo Renato per le preziosissime informazioni fornitemi per la stesura di questo artucolo.

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