Cerratüre

Cerratüre s.f. = Cipiglio

Sguardo torvo, occhiata minacciosa, viso arcigno, espressione severa.

Pàteme nen m’ho déte méje: abbastöve ‘na cerratüre = mio padre non mi ha dato mai (una sberla correttiva): era sufficiente una sua espressione severa.

Si usa scherzosamente anche per evidenziare una straordinaria somiglianza fra consanguinei.

Töne ‘a stèssa cerratüre du pétre. = Ha la stessa sembianza del padre.

Deriva dall’italiano cera, nel significato di espressione (buona cera, cattiva cera)

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Taccaréte

Taccaréte s.f. = Percossa

Botta, bastonata, legnata.

Il Prof.Gentile dice che tàcchere è un comune pezzo di legno. Se si tratta di menare va benissimo anche quello; nella foga mica possiamo scegliere, tra un randello, un bastone o una mazza da baseball!

Solitamente il termine si usa al plurale. Certamente un solo colpo non è efficace!
Decètte Maste Gesàrio: “mègghje quèste ca ‘na taccaréta ‘nghépe”= Disse Mastro Cesario (Mondelli): meglio questo che una legnata in testa.
Per la cronaca costui, titolare di una rinomata officina meccanica specializzata per le riparazioni di macchine agricole, era un soggetto sempre allegro, che aveva in serbo immancabilmente una frecciata, talvolta feroce, per ogni circostanza e per ogni persona che gli capitava sotto tiro.

Taccaréte de mòrte = Gragnuola di legnate. In italiano si dice anche: botte da orbi. Succede in una rissa.

Au Càmbe ce sò déte taccaréte de morte = Allo Stadio [i tifosi delle due squadre]se le sono date di santa ragione.

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Sètte, quattòdece, vindüne e vindòtte……

Sètte, quattòdece, vindüne e vindòtte, la maèstre m’ò déte li bòtte; me l’ò déte fòrte fòrte! Sètte, quattòdece, vindüne e vindòtte.

La traduzione è facile: 7, 14, 21, 28, la maestra mi ha dato le botte, me le date forte forte, 7, 14, 21, 28.

Molti anni fa i metodi educativi non risparmiavano punizioni corporali, come ad esempio alcuni colpi sulle mani detti “spalmate” con la riga da disegno. Qualcuno vociferava che gli insegnanti costringessero gli alunni più indisciplinati a restare ginocchioni sui ceci crudi!

Il bello era che nessun genitore si sognava di aggredire i maestri, né di sporgere denuncia all’Autorità giudiziaria contro di essi, come si legge nelle cronache dei giorni nostri. Anzi, la sberla “educativa” era sollecitata caldamente, e se l’allievo a casa se ne lamentava con i suoi, riceveva il resto seduta stante.

Torniamo al nostro articolo. È una specie di filastrocca, un Detto popolare, un po’ didattico, un u po’ scherzoso, ma soprattutto ben ritmato.

Usato una volta anche come “conta”, tipo pindalòsce o l’italiano “amba-rabà-ciccì-coccò…”, quando i bambini giocavano tutti insieme, non come quelli di oggi che si isolano nei loro stupidi video-games.

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Tó sì tó, jü’ so jüje: ch’jì ‘u chjù fèsse de tutt’e düje?

Tu sei tu, io sono io, chi è il più sciocco di tutti e due?

È un Detto popolare, scherzoso, che si enuncia quando ci si ostina nelle proprie convinzioni, in un dibattito che va vieppù accendendosi, per porre fine alla discussione che magari non ha nulla di tanto importante.

Insomma, chi ce lo fa fare di accendere gli animi per una sciocchezza?: Stiamo litigando per una cazzata! Siamo proprio due fessi dello stesso livello, è inutile chiederci chi lo è di più.

Notate che bel ritmo ha questo Detto: tattattà, tattatàa, tàtta tàrata, tattattàa.

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Pizzechìlle

Pizzechìlle s.m. = Pizzicotto

Il pizzicotto è una stretta data con il pollice e l’indice a una parte molle del corpo.

Se dato con l’intento di far male, in una zuffa tra adolescenti, chiamasi pìzzeche: in questo caso può lasciare un’ecchimosi sulla parte pizzicata.

Quando è dato affettuosamente sulla guancia è detto pizzichìlle. Questo…non fa male! Cantavano i Napoletani: “pìzzeche e vase nun fanne pertòse” = Pizzicotti e baci non lasciano piaghe o ferite.

U béce a pizzechìlle = È un bacio scambiato fra ragazzotti, dove ognuno tiene fra i pollici e l’indice di entrambe la mani le guance del partner. Uno dei primi baciotti, “un giuramento fra due anime fatto più da presso…un apostrofo color rosa posto fra le parole ti amo” (Edmond Rostand: Cyrano di Bérgerac – Atto III, scena X).
Scusatemi se mi son lasciato andare con il mio inguaribile romanticismo. :-)

Anche in Campania, in Molise ed in Abruzzo, ossia nelle Regioni confinanti con la Capitanata, usano la locuzione ‘nu vàse a pezzechillo”

Vi ricordate quella canzone popolare abruzzese “Vola vola vola”?:
E vola vola vola
e vola lu cardille;
nu vasce a pizzichìlle
ne’ me le può negà.

Siccome è breve, approfitto infine della vostra pazienza per ricopiare qui di seguito una bellissima poesia del grande Totò [saltatela se vi dà fastidio]:

Si fosse n’auciello, ogne matina
vurria cantà ‘ncoppa ‘a fenesta toja:
«Bongiorno, ammore mio, bongiorno, ammore!».
E po’ vurria zumpà ‘ncoppa ‘e capille
e chianu chiano, comme a na carezza,
cu stu beccuccio accussì piccerillo,
mme te mangiasse ‘e vase a pezzechillo…
si fosse nu canario o nu cardillo.

(Antonio De Curtis)

Dimenticavo: qualcuno dice anche béce a pezzechìlle o anche a pezzechìcchje. Non mi piace quest’ultima versione, mi sembra un po’ rozza.

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