Zeppetèlle

Zeppetèlle s.f. = Chiodino da calzolaio

Si tratta di chiodini usati dai ciabattini per riparare scarpe e pianelle di cuoio. Ora non si usano più perché, in questa nostra epoca consumistica, quando si rompono, le scarpe vengono semplicemente buttate, o al massimo riparate con un po’ di collaprene, il Bostik.

Le zeppetèlle erano chiamate anche pundenèlle = puntine o anche semenzèlle, perché così piccole da sembrare semini di una pianta.

Non so se sono ancora usate. Quelle che ricordo io avevano sezione quadrata e testa piatta, di varie misure, fino alla lunghezza massima di 15 mm.

Il ciabattino teneva le zeppetèlle in una scatoletta di latta o di cartone, sul suo deschetto, sempre a portata di mano.

Tutti quelli non addetti ai lavori li chiamavano ‘i chjuètte = chiodini, chiodetti, ma l’artigiano riparatore usava i termini “tecnici” di zeppetèlle, pundüne, pundenèlle o di sumenzèlle.

Anche perché altre categorie di artigiani (il fabbro, il lattoniere, il sellaio, ecc.) con chjuètte intendevano indicare i rivetti, i ribattini.

Zequigne

Zequigne s.m. = uccellino implume

Si tratta di cardellino o altro uccellino da canto nato in cattività, implume, appena all’inizio della sua vita, che viene imbeccato dalla madre.

Accettabile anche la grafia zecuigne o zucuigne. Quest’ultimo caso la pronuncia, per la nota regola fonetica della metatesi, risente del trasferimento della vocale ‘u’ dell’articolo. Faccio il solito esempio:
tre zequigne e ‘u zuquigne.

Ringrazio il lettore Enzo Renato per il suo suggerimento.

Zerèlle

Zerèlle s.f. = testicoli.

Ciascuna delle due ghiandole genitali maschili contenute nello scroto e destinate alla produzione degli spermatozoi.

Zeremìnghe

Zeremìnghe s.m. = Chiavistello

È accettata anche la forma zeremìcchje.

Si tratta di un’asta metallica scorrevole, fissata verticalmente dietro l’anta di una porta, in modo che possa essere manovrata dall’interno.

In alto il chiavistello termina con un gancio piegato di 90° rispetto all’asse scorrevole.

Detto gancio, manovrato dal basso, si solleva e ruotando sul suo asse si inserisce in un occhiello piantato al soffitto in modo da tenere l’infisso nella posizione voluta (tutto aperto o tutto chiuso).

Zia-züje

Zia-züje s.m. = Pellegrino, forestiero

Si individuavano con questo termine, un po’ dispregiativo, quei fedeli che passavano per Manfredonia diretti al Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo.

Quando volevano un’informazione domandavano, nel loro modo barese: “Zia, zia, dove sta una cantina qua vicino?”. Il fatto che dicessero zia-zia al posto del nostro più familiare uhé, bellafe’ = Ehi, buona donna, li ha individuati e nominati pellegrini forestieri.

La consuetudine del pellegrinaggio risale al Medioevo.

Dopo l’anno 1000 erano considerati quattro i luoghi sacri per eccellenza ove andare in pellegrinaggio:
Gerusalemme, Roma, Santiago di Campostela e Monte Sant’Angelo.

Si muovevano in quell’epoca proncipalmente a piedi. Nel Novecento invece giungevano con carretti trainati da cavalli e coperti da teloni.

Io li ricordo bene, con i loro cavalli adornati di piume di gallo colorate di giallo, violetto, blu e rosso. La tappa nella nostra città era obbligatoria prima dell’ultimo tratto per Monte. Arrivavano a carovane, come i pionieri del FarWest e pernottavano nelle taverne, ove trovavano rifugio uomini e cavalli.

‘I vì, stanne arrevanne i zja-züje = Eccoli, stanno arrivando i forestieri.

Fino agli inizi degli anni anni ’60 si muovevano ancora con i carretti. Poi sono arrivati i giovani con le biciclette da corsa, anch’esse con le piume colorate fissate alla forcella, al manubrio, allo zaino, al cappellino da ciclista.

Con l’espandersi dei mezzi di trasporto a motore non li abbiamo più visti, perché in un solo giorno riescono a venire anche dal Salento e a ritornarsene ai loro paesini di tutta la bassa Puglia.

I più tradizionalisti hanno continuato ad apporre le penne colorate anche sulle automobili, almeno fino agli anni ’60.

Zìcche

Zìcche agg. = Giusto, proprio.

Che è giusto nella misura, nella qualità e nella quantità richiesta, o prevista, o necessaria.

L’espressione zìcche-zìcche si indica la giustezza della misura. Una cosa fatta a misura, proprio giusta, senza eccedere.

Te vanne böne ‘sti scarpe? Si’, me vanne zicche-zicche! = Ti vanno bene queste scarpe? Sì, mi vanno giuste giuste.

La locuzione zicche tànne! significa = Proprio allora, giusto in quel momento.

Màmme menatte ‘u chjianjille, e me pegghjàtte zìcche ‘mbrònde = Mia madre mi lancio una ciabatta e mi colpì proprio in mezzo alla fronte.