Ugghjarüle

Ugghjarüle s.m. = Oliera, orzaiuolo

1) Oliera. Ampolla o altro recipiente con beccuccio usato a tavola per versare l’olio sui cibi da condire. Quello pugliese è di latta saldata o di acciaio inox, con coperchio incernierato e beccuccio lunghissimo. State certi che è meglio del salvagocce, perché non fa perdere inutilmete il prezioso condimento.

2) Orzaiolo. Infiammazione suppurativa delle ghiandole sebacee della palpebra, che si forma nello spessore di questa e si apre sull’orlo libero e sulla superficie congiuntivale, risolvendosi per lo più spontaneamente.

Ùgghje

Ùgghje s.m. = Olio

Sostanza liquida insolubile in acqua, di origine vegetale, animale o minerale, con caratteristiche proprie per ogni tipologia.

Quello vegetale, dalla notte dei tempi, dalle nostre parti è stato sempre e solo quello ricavato dalla coltivazione dell’olivo. Si usava solo per uso alimentare e con parsimonia, altrimenti c’era il rischio che comparissero delle croste sul cranio (i scorze ‘nghépe). L’olio di semi per le fritture, dal costo infimo, è una contaminazione americana degli anni ‘60.

L’olio minerale, ricavato dalla distillazione del petrolio greggio, è usato come lubrificante nei motori a scoppio (a combustione interna) molto apprezzato e costoso.

Quello animale, come quello ricavato dal fegato di merluzzo, ricchissimo di vitamine e sali minerali, era usato come ricostituente per combattere il rachitismo dovuto a carenze alimentari. Ora i nostri bimbi hanno il problema inverso, quello dell’obesità….

Ricordo che a scuola nell’mmediato dopoguerra, quando tutti risultavamo ipo-alimentati (pane cotto e patate, e il latte solo se stavamo ammalati) il Maestro ci somministrava un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo a testa ogni giorno, attinto da una orribile bottiglia gelosamente custodita nell’armadietto.

Il bello della storia, di per sé lodevole, era che un solo cucchiaio passava di bocca in bocca a tutti gli scolari della stessa classe!!!

Quelli erano purtroppo i tempi che vivevamo, e solo dopo molti anni, rammentando quel “rito” giornaliero, ci siamo resi conto che fosse un po’…anti igienico. Comunque siamo sopravvissuti, forti, sani e con qualche anticorpo in più.

Uhélà!

Uhélà! escl. = Ehilà

Esclamazione di sorpresa detta quando si incontra qlcu dopo molto tempo.

Come per dire: Chi si vede! Ti ho finalmente incontrato!

Una specie di ciao ma ancor più gioioso per l’inatteso incontro.

Basta anche dire solo Uhé!, come il romanesco anvédi!

avv. = Ecco

Avverbio dimostrativo:

-per indicare, mostrare qcn. o qcs.; Uì cóste jì Giuànne! = Ecco questo è Giovanni.

-per indicare la presenza o il comparire di qcn. o di qcs.atteso, o improvviso e inaspettato; Uì j’ assüte ‘u söle = Ecco -(lo vedi?), è sorto il sole. Mammà, uì mo’ vöne! = Mamma, lo vedi, ora arriva.

-nel dare, nel porgere qcs. Uì, quìste so’ i medecjüne! = Ecco, questi sono i farmaci.

Potrebbe essere la sintesi, come spesso avviene nel nostro dialetto, di “lo vedi”: difatti al femminile fa Avì = La vedi? e al plurale Ivì = Li vedi?, Le vedi? (eccola, eccoli, eccole).

Avì addica sté ‘a Giannètte = Eccola dov’è la smorfiosetta.

Ivì i stùdeche, nen sapene fé i sèrje! = Eccoli gli stupidi, non sono capaci di essere seri.

Umenüne

Umenüne avv. = Maschilmente, virilmente

Questo avverbio è usato solo in sartoria per indicare, per esempio il modo di abbottonare la giacca, o il tipo di manica, ecc.

A ’sta giàcche l’ha da fé ‘u còlle all’umenüne = A questa giacca devi confezionare il colletto alla maniera maschile.

Ritengo che avendo sentito il termine femminile, i popolani abbiano coniato umenüne quale corrispettivo di maschile.

Infatti il biniomio è fèmmene e jùmene

Urteléne

Urteléne s.m. = Ortolano

Chi coltiva un orto; estens. chi vende ortaggi.

Fino agli anni ‘50 gli orti erano presso le mura della città. Uno era situato ai piedi della Torre dell’Astrologo fino all’incrocio con via Magazzini, quella che porta all’Ospedale Civile.

Un’altro, il più esteso, il famoso Orto Sdanga, copriva il suolo poi occupato dalle palazzine della Posta Centrale.