Tedecamjinde

Tedecamjinde s.m. = Pizzicore, solletico

Specificamente designa il pizzicore avvertito in gola, come uno stimolo di tosse, dalle persone raffreddate o colpite da laringite..

Tènghe sèmbe ‘nu tedecamjinde ‘nganne ca nen me fé dòrme = Ho continuamente un spizzicore alla gola che (mi dà stimoli di tosse e) non mi fa dormire.

Tedeché

Tedeché v.t. = Solleticare, titillare.

Mio padre nel giocare con me quando io ero in età pre-scolare, talvolta si divertiva a farmi il solletico sotto le ascelle per vedermi ridere irrefrenabilmente.

Ed io ridevo a crepapelle e mi divincolavo; lui dopo un primo “trattamento” riusciva a farmi ridere anche senza più sfiorarmi, solo con il gesto delle sue mani che si avvicinavano a me. Un ricordo tenero e bellissimo!

Tedechìgne

Tedechìgne s.m. = Solletico

Sensazione cutanea risvegliata dallo sfioramento delle zone più sensibili del corpo, in genere fastidiosa, che si accompagna al riso e spesso a reazioni di difesa delle parti interessate (Sabatini-Coletti, Vocabolario della lingua italiana).

Avere un pizzicore nelle alte vie respiratorie = tenì ‘nu tedecamjinde

Fare il solletico, solleticare, vellicare = tedeché provocare la sensazione di solletico

Soffrire il solletico = jèsse tedecüse essere particolarmente vulnerabile alla sensazione di cui sopra.

Derivazione dal verbo italiano titillare.

Tedecüse

Tedecüse agg.= Che soffre il solletico

Chi o che è particolarmente sensibile al solletico.

L’aggettivo tedecüse (al femminile fa tedecöse) è intraducibile o non reso efficacemente con un “solleticoso” che in lingua è più riferito a un fatto che suscita interesse morboso che a una persona vulnerabile al solletico.

Nen me tuccànne ca jü so’ tedecüse = Non mi toccare che io sono molto sensibile al solletico!

Teh, fatije, teh!

Tèh, fatije, tèh! int. = Tiè, lavoro, tiè.

Viene pronunciata in modo un po’ innaturale, con la ‘i’ molto lunga come se si riportasse un dialetto diverso, invece del consueto fatüje.

Già l’esclamazione romanesca (passata poi all’italiano) tiè (tie’ = tieni, acchiappa, prendi) vuole esprimere maligna soddisfazione per qcs. di spiacevole capitato ad altri.

In questo caso è il lavoro che è stato schivato: A noi ce piace de magnà e béve e nun ce piace de lavorà: pòrtece n’antro litro che noi se lo bevemo…

Insomma un mazzangànne si è sottratto a un’incombenza gravosa, e lo dice rallegrandosi e facendo quel gestaccio dell’avambraccio frenato, come per dire: uhé, fatüje, t’agghje frechéte a tè = ehi, lavoro, ti ho fottuto!

Lo sciagurato non sa che il danno è solo suo. Rimarrà disoccupato in eterno, fintantoché saranno vivi i suoi genitori.

Telére

Telére s.m. = Cassetta, telaio

Generalmente intendiamo quelle cassette con il bordo basso, una volta fatte di legno e ora di plastica, usate per contenere il pesce fresco.
Guardate il contenitore, prego, e non il contenuto!

‘Nu telére de justenèlle = Una cassetta di trigliette.

Si usava chiamarle anche spasètte.

Quelle che contengono la frutta in un solo strato (pesche, cachi, pere) con un termine francese sono dette anche platò (plateau, pron. plató, con la ó stretta). Ora le fanno di legno, di plastica e anche di cartone.

Il nome somiglia all’italiano “telaio”, ma se vogliamo dargli questa connotazione intenderemo l’intelaiatura della bicicletta: ‘u telére d’a bececlètte, oppure quell’attrezzo di legno che serve a tendere la tela da ricamare: ‘u telére p’arrecamé.