Stómbe

Stómbe s.m. = Moncherino

Braccio mutilato della mano o dell’avambraccio.

Non voglio dilungarmi perché ritengo che sia indelicato scherzare su questo argomento. Penso alle persone che hanno avuto un incidente grave che ha causato l’amputazione della mano o dell’avambraccio, e non ho voglia di essere con loro scanzonato come al solito

Dal punto di vista linguistico devo però dire che in dialetto una persona priva della mano viene detta che ha il moncherino, come se avesse ricevuto un regalo: Töne ‘u stómbe, o töne ‘un stumbarjille.

Secondo me si dovrebbe dire Jì rumàste p’u stómbe = È rimasto con il moncherino.

Stóppele

Stóppele s.m. = Groviglio, straccio

Garbuglio di stracci, o spago, o erbacce, o qls malloppo che forma ostacolo al defluire di liquidi.

Jìnd’u canéle sté ‘nu stóppele ca fé jì l’acque pe söpe = Nella grondaia si è formato un groppo che fa tracimare l’acqua piovana.

Presumo che derivi da “intoppo” o da “stoppa”.

Scherzosamente chiamasi stóppele una voluminosa forchettata di spaghetti.

Aùppete che stóppele = Ahum! Che tampone!

Diminutivo: stuppelìcchje o stuppjille o stuppüne.

Si definisce così, ad esempio, uno straccetto legato in cima ad una stecca e usato per lavare il fondo di una damigiana. Oppure un lembo di tela adoperato per ungere di olio il fondo della padella. O anche un cencio arrotolato per turare temporaneamente una falla. Stuppüne è specificamente il lucignolo della candela, delle lucerne a olio e lo stoppino del lume a petrolio.

Stracórse

Stracórse s.m. = Discorso, eloquio, esposizione

Invariabile al singolare e al plurale.

Tutta la successione di parole attraverso le quali si estrinseca il proprio pensiero ad almeno un astante.

Significa anche l’argomento stesso di cui si parla, o il significato recondito, o il succo di una lunga esposizione.

Giuànne ò fatte ‘nu sòrte de stracórse, e nen sàcce addj’ì ca vulöve arrevé = Giovanni ha fatto un lungo eloquio, e non so dove voleva arrivare (andare a parare).

Tó nen te ne venènne pe ‘sti stracórse = Tu non venirtene con questi discorsi (tanto non ti credo…)

Stracquatöre

Stracquatöre agg. e s.m. = Tregua

Termine tipico della marineria locale.

Indica, nella stagione invernale, l’apparire di una sola giornata di sereno dopo una serie di giornate di maltempo.

Come per dire che la cattiva stagione si fosse stancata (stracquéte) di imperversare ed ha voluto regalato una giornata di tregua prima di riprendere le avversità.

Approfittando delle condizioni meteorologiche favorevoli i pescatori cercavano di ‘rubare’ una giornata i lavoro con una rapida battuta di pesca.
Jògge jì stracquatöre, abbjàmece!” = Oggi è (il tempo ci dà una giornata di) tregua, avviamoci!

Strafuché

Strafuché v.t. = Strangolare, divorare

1) Strafuché = strangolare, strozzare, soffocare, stringere al collo rendendo difficile il respiro.

Sta cammüse ne sté stafucanne! = (Il colletto di questa) camicia di sta strangolando.

2) Strafuché = divorare, ingurgitare, inghiottire avidamente o rapidamente (in senso spregiativo).

Bèlle-belle! U vüte ca te sté strafucanne? = Adagio! Lo vedi che ti stai ingozzando?

Avöve fatte cìnghe pìzze e ce l’ànne strafuchéte tutt’e cìnghe! = Avevo preparato cinque pizze e se le sono ingollate tutte e cinque!

Strafùche

Strafùche s.m. = Cibo, nutrimento.

Ciò che si mangia, che serve all’alimentazione umana, inteso un po’ spregiativamente.

In effetti chi si ingozza avidamente non dà uno spettacolo edificante.

Tó pjinze sèmbe au strafùche = Tu pensi sempre al cibo, al mangiare.