Tutte füme e njìnde arróste

Tutto fumo e niente arrosto.

Proverbio molto noto che indica quei soggeti dalla parlantina facile, che fanno credere cose strabilianti di sé, ma che poi si rivelano palloni gonfiati.

Praticamente tutte apparenze e niente sostanza.

Sono quelli che ritengono sia meglio “apparire” che “essere”. Giudizio negativo.

T’agghia ‘mbaré e t’agghia pèrde

Ti devo insegnare e ti devo perdere.

È una considerazione un po’ amara che si fa verso qlcu cui si dedica tempo e fatica per insegnargli un mestiere, a cavarsi da difficoltà, a vivere correttamente, a essere scaltri, a saper giocare, ecc.

In partenza colui che insegna queste cose sa che l’allievo presto procederà da solo per la sua via – come è giusto che sia – ma mostrerà scarsa gratitudine verso colui che gli ha dato l’abilità di sapersela cavare.

(vedi Mbaré)

U bianghe e rósse ce vöte da u mósse

Il bianco e il rosso si vede dal muso.

Lo stato di salute viene percepito, anche senza essere dottori in medicina, semplicemente posando uno sguardo alle labbra del soggetto osservato.

Se esse sono esangui, smorte, vuol dire che il poveretto è sofferente. Difatti esiste la definizione mósse bianghe = muso bianco, labbra smorte, per indicare una persona macilenta, anemica, denutrita.

Al contrario quando il ‘rosso’ sulle labbra è evidente, la persona è decisamente in ottima salute. Il rossore dà un colorito anche al viso. I pomelli arrossati sono chiamati ‘i šcacchètte.

Ma le šcacchètte possono venire anche per vampate da menopausa, per ingestione di bevande alcoliche, per sudorazione da calura estiva, per febbre.

Ringrazio il solito Enzo Renato, diventato ormai mio assiduo collaboratore.
Forza Enzo, i tuoi suggerimenti sono fonte preziosa per questo mio lavoro.
L’invito è rivolto a tutti i lettori. Scrivete, inviate spunti e suggerimenti, non abbiate timori di ripetizioni, arricchiamo questo nostro vocabolario dialettale.

U chéne ca ce jöve cucjüte…

Detto completo:
‘U chéne ca ce jöve cucjüte, jéve pavüre püre de l’acqua frèdde.

Il cane che in precedenza si era scottato, ora teme anche l’acqua fredda.

Ossia, l’esperienza fa agire con prudenza.

U chéne du segnöre, quànne uà jì a càcce, tànne uà j’ a caché

Il cane del signore, quando deve andare a caccia allora deve andare a defecare.

La bestiola è stata allevata con mille premure, e quando si tratta di andare a caccia, e quindi di lavorare, si fa venire lo stimolo della cacca, un alibi per evitare la fatica.

Il proverbio è adattissimo anche alle persone škenèlle = scansafatiche.

U chéne mòzzeche sèmbe a lu strazzéte

Il cane morde sempre lo straccione.

La mala sorte si diverte ad abbattersi sui meno fortunati.