Mègghje ‘a zàppe ca ‘na zóppe

Meglio la zappa che una zuppa.

Questo Detto – forse in antitesi a quello che preferisce l’uovo oggi alla gallina domani – insegna che con un arnese, uno strumento di lavoro, si ottiene di più e in modo perenne il sostentamento per sé e per la famiglia.

Con la zappa si lavora il terreno che dà ortaggi e frutti in ogni stagione. Una zuppa può saziare un solo giorno ma l’indomani si torna nelle stesse condizioni del giorno prima.

Come quando quell’altro Detto che recita: “Se il bisognoso chi ti chiede un pesce, dàgli una canna e insegnagli a pescare”. Con un pesce mangia una volta sola, imparando a pescare mangia tutti i giorni.

Mègghje ‘na mala crianze ca ‘nu delöre de panze

Meglio passare per screanzato che soffrire per un mal di pancia.

Ovviamente il mal di pancia è causato da un bolo di gas intestinale trattenuto a lungo.

Perciò, per la propria salute, è opportuno liberarsi presto del ‘metano’ incorporato, possibilmente in luogo appartato.

Quelli meno formali lo fanno rumorosamente anche in presenza di altre persone, sorvolando sul fatto che si passa per screanzati. Una scorreggia, lo dice la parola stessa, è scorretta.

Ringrazio il lettore Sator del buon suggerimento (a inserire il proverbio non a emettere un peto!)

Mègghje a farle ‘nu vestüte ca ‘nvetàrle a mangé

È più conveniente regalargli un vestiro piuttosto che invitarlo a pranzo.

Questo Detto, a guisa di gossip, è uno sfogo con un amico riferendosi ad un terzo soggetto, noto per il suo pantagruelico appetito.

Il termini economici costerebbe meno un vestito rispetto al valore della roba che addirittura costui sarebbe in grado di trangugiare.

Oggi non ci pensa più nessuno: se si invita qlcu a mangiare, lo si fa più per stare insieme che per la mangiata in se stessa. E se si nota che l’ospite mangia in quantità industriali, lo si definisce “buongustaio” che “fa onore alla tavola”, con gran soddisfazione della padrona di casa.

Ma una volta, diciamo fino a metà degli anni ’60, si badava moltissimo all’economia domestica, perché le ristrettezze economiche stigmatizzavano qualsiasi eccesso, e l’invito a pranzo era piuttosto raro. Ognuno a casa propria a mangiare quel poco che disponeva.

Megghjèreme nen lu völe e jü me l’attònne

Mia moglie non lo vuole e io me lo mangio.

Premetto che le donne sono spesso in dieta, e sanno resistere alle tentazioni della gola (ciangularüje = golosità) meglio degli uomini.

Quando capita di trovarsi in un salotto e vengono offerti dolcetti, la donzella si schernisce e declina l’invito con una scusa qualunque. Il marito invece non fa complimenti, prende il suo dolcetto, e poi un altro, dicendo per celia: poiché mia moglie non vuole questo pasticino, in vece sua me lo trangugio io!

Ora entra in ballo quel verbo attunné (jü me l’attònne= io me lo arrotondo). Alla lettera significa rendere qlco di forma rotondeggiante.

Qui in senso è traslato (jü me l’attònne= io me lo arrotondo). Come per dire si arrotola o si appallottola qlco in modo che entri in bocca facilmente.

Ringrazio l’assiduo lettore Enzo Renato per l’imbeccata.

Mèndre ca ‘u mìdeche stódje, ‘u maléte möre

Mentre il medico studia, il malato muore.

Il rimedio tarda sempre ad arrivare.

Mené ‘a fàcce de Gése Crìste pe’ ‘ndèrre

Buttare il volto di Gesù Cristo per terra.

Scartare, eliminare, gettare via qcs. di eccellente, anche figuratamente, in quanto rutenuto inservibile.

Non avere il nimimo segno di rispetto verso un benefattore, essere ingrati, o non apprezzare le proprie condizioni, ritenendole inadeguate alle attese.

E questa sottovalutazione riguarda sia la propria salute, sia la propria agiatezza economica.

Succede infatti che si è portati a lamentarsi del proprio stato senza aver guardato altri che stanno molto, ma molto peggio di sé.

È come se facessero un’empietà, come infangare il volto Cristo buttandolo per terra.

Nen parlànne acchessì, tó mò sté menènne ‘a fàcce de Gese Crìste pe’ ‘ndètte = Non parlare così, tu ora stai mostrando ingratitudine.