La carne döle all’usse!

La carne fa male all’osso.

Il significato del proverbio è chiaro. Solo a me che sono molto vicino al soggetto interessato può far male una maldicenza, una calunnia, una malignità ecc. e non a un estraneo, per quanto possa mostrarsi partecipe e rammaricato.

La carne mètte carne, u vüne mètte sanghe, è la fatüje fé jetté lu sanghe!

La carne mette carne, il vino mette sangue, è la fatica fa buttare il sangue!

Buttare il sangue significa morire.

Quindi, per lo scansafatiche lavorare duro è uguale a morire.

La carne mmocche ai sgagnéte

La carne in bocca agli sdentati.

Un modo di dire simile a quello della “chitarra in mano ai cafoni”, o a quell’altro dei “confetti in bocca ai porci”. Uno spreco inutile, perché, quantunque buone/i non saranno mai apprezzate/i adeguatamente.

Molte persone non hanno la sensibilità, la capacità o la possibilità di gustare le cose belle e/o buone che la vita ci offre, forse perché abituate dalle circostanze ad altro tipo di soddisfazioni.
Immaginate uno di quei tamarri che alle due di notte gira per Manfredonia con le casse dell’autoradio a palla. Sappiamo, nostro malgrado, che costui ascolta solo le lamentazioni post moderne di canzoni pseudo-napoletane che argomentano tristi nottate in carcere.
Ebbene immaginate, dicevo, che il suo CD taroccato contenesse per errore il brano “Eine kleine nachtmusik” di Mozart. Secondo voi quello zotico che farà, si ascolterà Wolfgang Amadeus, oppure passerà di corsa al brano successivo, quello del suo amato Nino Cacciapuoti?
Ecco, questo sarebbe come la carne mmocche ai sgagnéte: non è adatta, perché mancano i denti per masticarla e gustarla. Così come in taluni soggetti mancano le capacità di valutare e stimare la vera arte.

La catàrre mméne ai cafüne

La chitarra in mani ai villani.

Non che i contadini non possano suonare questo strumento, per carità…

Si cita questo detto quando si vuole evidenziare che non tutti meritano o sanno apprezzare un dono, un oggetto, un servizio che viene loro offerto.

Addjì ca süme jüte a fenèsce: a catarre mméne ai cafüne = Dove siamo andati a finire…La chitarra in mano ai cafoni.

La chió sendènzja gròsse me pàsse pe’sòtte ‘a còsse.

La più grande maledizione (diretta a me) mi passa sotto la gamba.

La sendènzje, intesa come maledizione, era molto temuta, specie se lanciata nel corso di un furioso litigio.

C’era però qualche tipo spavaldo non temeva la maledizione, e la ‘schivava’ facendola passare sotto la gamba.

Ora queste cose ora fanno sorridere, ma una volta si temevano davvero.

La cöse a fòrze, nen véle ‘na scòrze

Un’azione (compiuta) per foza non vale (nemmeno) una buccia.

In italiano si direbbe che non vale un fico secco.

Aggiungo che nemmeno quelle fatte controvoglia riescono bene.

Insomma un po’ di passione in tutte le cose non fa pesare un lavoro, per quanto gravoso.

Per esempio io sto compilando questo vocabolario da tre anni ormai, e il lavoro non mi pesa minimamente, perché lo sto facendo con entusiasmo: e nessuno mi sta obbligando a farlo! Spero che esso valga più di un fico secco :-D

Ringrazio Michele Murgo di avermi imbeccato questo Detto, pronunciato or ora da sua madre.