Jàveze ‘u cüle e sìrve ‘u patrüne.

Ala il culo e servi il (tuo) padrone.

Esiste una variante:
Jàvezete cüle e sìrvete patrüne = Alzati, culo, e servi il tuo padrone.

È un’espressione amichevole. Non è pensabile che possa essere rivolta al proprio capo….

Se non si ha voglia di eseguire gli ordini impartiti perentoriamente [ad esempio da un commensale maleducato, che dice: "prendi questo, portami quello, chiudi là, apri qui, passami il sale, ecc."] e senza aver aggiunto “per favore”, gli si risponde con questo detto antico.

Un italiano, per sollecitare un’azione, un lavoro ecc. scherzosamente si dice: alziamo le chiappe nel senso di “muoviamoci e diamoci da fare”.

Il significato è identico.

Je diche “zà!” e códde còrre alla vesàzze!

Io dico: “pussa via!” e quello (il cane) corre alla bisaccia.

Quando si dice: “pussa via!” il cane dovrebbe fuggire via, e invece quello corre verso la bisaccia a cercare cibo.

Io dico una cosa e tu capisci un’altra!

Ciascuno interpreta a modo suo, secondo il proprio tornaconto, in barba alla logica e all’evidenza.

Jéme alla Pógghje…

Una volta le donne anziane per racimolare qualcosa da mettere sotto i denti, si avventuravano a spigolare per i campi.

Durante la guerra si è verificato qualche episodio di incursione aerea nemica su queste poverette, scambiate per truppe sparse.

Un anonimo poeta nostrano, sulle note della canzone di Lilì Marlène, molto in voga all’epoca del conflitto e addirittura cantata dai soldati di TUTTI gli eserciti in guerra, compose questi versi:

Jéme alla Pógghje e jeme a spuchelé
passe l’apparècchje e ce mètte a metraglié!|
Tutte lu gréne ca nüje facjüme
ce lu mangéme a maccarüne
Alla facce de Muselüne
alla facce du capacchjöne

Il nostro poeta ha rispettato rigorosamente la metrica e la cadenza musicale.

Traduzione:
Andiamo alla Puglia piana, andiamo a spigolare: passa un aereo e comincia a mistragliare!
Ma tutto il grano che noi riusciremo a raccogliere ce lo mangeremo trasformato in maccheroni,
alla faccia di Mussolini, alla faccia di quel testone.

Era un po’ un canto di resistenza, stile “Bella ciao”, dopo il ventennio fascista, quando la gente era al colmo della disperazione e degli stenti imposti dalla guerra.

Tutto ciò è venuto da una popolazione tribolata e affamata dalla guerra. E scusate se è poco.

Jì a Nàpele pe ‘na rapèste

Andare (fino) a Napoli per (comprare) una rapa

È un atto spropositato, come dire non vale la pena, il gioco non vale la candela.

L’ho sentita dire dai miei suoceri negli anni ’60. Si capisce dal contesto che per una sciocchezza si sono impiegati energie e capitali a dismisura. Non ne è valsa la pena.

Come andare a caccia di farfalle con un cannone!

Anticamente un viaggio a Napoli significava salutarsi con la famiglia, come se si dovesse andare in America. Quindi andare fino a Napoli per comprare un rapa è assolutamente spropositato.

Presumo, fintantoché non avrò la smentita da qualche lettore attento, che rapèste sia un modo strèuse, strano, deformato, sfottente di dire rapa.

Qualcuno, in maniera simile, afferma che Capacchione jètte a Nàpele pe ‘nu cappjdde (o in maniera meno rozza cappjille) andò a Napoli solo per comprare un cappello.

Canzonando l’allievo, il maestro artigiano, visto il risultato scarso alla fine della giornata, gli profferiva questà simpatica locuzione: sì jüte a Nàpele pe ‘na rapèste!. Ossia: hai speso tutto il tuo impegno e alla fine hai ottenuto un risultato irrisorio.

Jì a pegghjé ‘i putténe a cavalle

Andare a prendere le “lucciole” a cavallo.

Talora veniva usato il verbo “angappé” = acchiappare, catturare.

Può sembrare il programma del Maresciallo dei Carabinieri in procinto di andare con i suoi uomini a fare una retata nei bassifondi. Mi riferisco all’epoca in cui non c’erano le automobili a disposizione delle forze dell’ordine, e i loro spostamenti avvenivano con i cavalli.

Oppure dei tenutari dei bordelli che andavo a prendere le ‘nuove’ signore da avvicendare quindicinalmente nella loro lucrosa attività: ovviamente non con i mezzi pubblici, ma con i cavalli e la carrozza chiusa (landeau).

Più semplicemente fino agli anni ’60 il detto rappresentava una risposta evasiva a chi avrebbe voluto addentrarsi troppo nella propria privacy.

Addjì ca ve? Véche a pegghjé ‘i putténe a cavalle = Dove vai? Questi non sono fatti che ti riguardano.

Una specie di: quìste nen so’ cazze tüje!

Jì alla ‘ndröte accüme ‘u funére

Andare all’indietro, come il cordaio = Retrocedere, camminare all’indietro.

È un modo di dire locale per indicare o constatare che le cose non vanno bene.

Ossia invece di progredire, com’è aspirazione di tutti (salute, benessere economico, ecc.), si va all’indietro, proprio come fa il fabbricante di funi nell’espletamento del suo lavoro.

(vedi la voce funére)

In italiano si dice “fare come i gamberi”, andare all’indietro, quindi peggiorare, regredire in generale.