A chése de puverjille nen mànghe ‘nu stuzzarjille

A casa del poverello non manca un tozzo di pane (per l’ospite inatteso).

La persona misera si mostra generosa verso un suo simile più di quanto faccia il ricco.

Entrapure, l’ospite è sempre ben accetto. Quello che abbiamo verrà diviso. Aggiungi un posto a tavola!

A chi dé, a chi combromètte

Alla lettera significa: a chi dà (percosse) e a chi coinvolge, compromette.

È la definizione di un tipo gradasso, borioso, smargiasso, presuntuoso, spaccone e rissoso (per oggi basta).

Insomma da tenerlo lontano perché facilmente coinvolge gli astanti nelle sua fanfaronate. Vuole essere sempre al centro dell’attenzione, nel bene, ma sopratutto nel male. Vuole sempre avere prepotentemente l’ultima parola perché si ritiene infallibile, il migliore.

A chi nen töne fìgghje, nen dumannànne fùche e cunzìglje

A chi non ha figli non chiedere né fuoco, né consigli.

Il proverbio vuole evidenziare l’amore dei genitori pronti a sopportare qualsiasi sacrificio per i propri figli.

Purtroppo, loro malgrado, non sanno elargire consigli appropriati né tantomeno solidarietà o generosità.

Quando non erano diffusi i termosifoni, si andva a chiedere alla vicina anche un carbone acceso per innescare il fuoco al proprio braciere.

Una variante di questi proverbio recita: a chi ruméne züte nen cercàmme cunzìglje e sòlde ‘mbrjiste = A chi resta scapolo (o nubile) non chiedere consigli o soldi in prestito.

A da sènde lu škattüsce!

Sentirai lo scoppiettio!

Significato: A breve avrai una spiacevole sorpresa!

È un modo di dire che si comprende appieno solo se si conosce il frecàbbele da cui deriva.

Bisogna riassumerlo qui in poche parole.

Un commerciante disonesto vendeva alla fiera dell’olio alimentare adulterato e un po’ annacquato a poco prezzo.

Un altro losco individuo girava per acquisti nella stessa fiera cercando di spacciare soldi falsi.

Si incontrarono, conclusero presto la trattativa e la compravendita.

Il falsario si compiaceva del suo successo e rivolgendosi mentalmente al venditore gabbato pensò:

“Quanne vé scange, a da sènde ‘u chjanda-chjande!”= Quando andrai a scambiare i soldi sentirai lo sconforto, perché solo allora ti accorgerai che io ti ho rifilato moneta falsa!

A sua volta il venditore di olio, credendo di essere stato furbo, pensò alle spalle del cliente truffato: “Quanne vé früje, a da sènde lu škattüsce!” = Quando andrai a friggere sentirai lo scoppiettio!

Difatti l’olio in padella se contiene parti di acqua sfriggola, crepita, scoppietta. Il rapido evaporare dell’acqua a causa delle alte temperature raggiunte dall’olio, provoca pericolosi schizzi e scoppiettii.

Insomma, la morale del detto è: Chi la fa l’aspetti.

Qlcu pronuncia škattüje ritenendo škattüsce un po’ rozzo.

A fatüje ce chiéme checòzze…

Detto completo: ‘A fatüje ce chiéme checòzze, a me nen me ‘ngòzze, a me nen me ‘ngòzze.
Il lavoro si chiama zucca, e non mi sollecita, non mi attrae, non mi stuzzica la voglia.

Poteva chiamarsi in mille altri modi, purché in rima…

In italiano corrisponde un altro ritornello: Voglia di lavorare, saltami addosso, e fammi lavorar meno che posso..

E’ un ritornello rivolto verso qualcuno che non inizia mai un lavoro manuale che deve comunque eseguire. Guarda qua, osserva là, deve organizzarsi, meglio aspettare, ci vogliono gli attrezzi adatti, domani se ne parla, ci vuole un aiuto,….ecc.

A fèmmene jì accüme ‘a castagne, quanne la jépre truv’a majagne.

La donna è come la castagna. Quando la “apri” trovi la magagna.

Cioè solo dopo averla conosciuta a fondo trovi un difetto, perche è ben dissimulato.