Chése-a-vendòtte

Tradotto alla lettera: casa al numero civico 28.

Il detto definisce il luogo dove evidentemente c’era possibilità di mangiare a ufo. Difatti si diceva anche tàvele-a-vendòtte.

E quìste vènene sèmbe a chese-a-vendòtte…=E quenti vengono sempre a casa mia a mangiare a sbafo.

Quando non tutti avevano da mangiare c’era chi - con la scusa di fare una visita di cortesia - si presentava a casa di amici proprio all’ora di cena, magari in compagnia della moglie. Il padrone di casa si sentiva un po’ “costretto” a invitarli a restare per la cena.

Il malcapitato padrone di casa evidentemente abitava a numero 28, e il suo detto è rimasto nella memoria collettiva (chése-a-vendòtte oppure tàvele-a-vendòtte).

Quando il desco era vuoto, malinconicamente si diceva: Add’jì ca jéme jògge, a chése-a-vendòtte? = Non abbiamo nulla da mangiare, dove andiamo a rimediare qualcosa da mettere sotto i denti?

Fortunatamente questi tempi grami sono ormai passati per sempre (o no?).

Se qualche lettore (forza Lino Brunetti!) trova una spiegazione più plausibile sarò lieto di pubblicarla.

Chi avètte péne murètte, e chi avètte fuche cambatte

Chi ebbe pane morì, e chi ebbe fuoco visse.

Proverbio “invernale” per evidenziare che il fuoco è vitale più del cibo.

Chi bèlle völe parì, l’usse d’u cüle l’uà dulì

Chi bello vuole apparire, l’osso del culo gli deve dolere.

Ogni buon risultato richiede grandi sacrifici. Lavoro sodo da spaccarsi la schiena fino al coccige (l’osso del culo).

Chi camüne allècche, chi sté assettéte assècche

Chi cammina lecca, che sta seduto dimagrisce.

E’ un invito a muoversi, a darsi da fare, perché chi “cammina” nel senso che non sta fermo, riesce a trovare in qualche modo qualcosa per il suo sostentamento.

Chi invece sta seduto ad aspettare, è costretto a digiunare perché si sa, non viene nessun panierino dal cielo a soddisfare la fame.

Chi ce pìgghje ‘mbìcce ruméne ‘mbeccéte, ‘u cüle cusüte e ‘a chépa cachéte.

Chi si impiccia (si immischia nelle faccende altrui) rimane invischiato, il culo cucito e la testa cacata.

Si tratta esplicitamente di un invito a farsi gli affari propri.

Le conseguenze disastrose descritte nel proverbio sono un deterrente micidiale.

Fatevi i cazzi vostri!

Chi ce pòngeche jèsse före

Chi si punge andasse fuori

‘U rizze de cambàgne, pe’ scappé da la volpe, ce feccàtte ind’a la téne de ’na lepre. Quanne ‘a lepre şkamàtte, ‘u rizze decètte: “Cumbé, chi ce pòngeche, jèsse före!” = Il riccio terrestre, per sfuggire dalla volpe, si introdusse nella tana di una lepre. Quando la lepre si lamentò (per l’intrusione), ebbe dal riccio una indisponente risposta: “Compare, chi si punge andasse fuori”.

Morale:attenti a quelli che ti chiedono un dito, ché facilmente ti prendono la mano con tutto il braccio.