Chése-a-vendòtte
Tradotto alla lettera: casa al numero civico 28.
Il detto definisce il luogo dove evidentemente c’era possibilità di mangiare a ufo. Difatti si diceva anche tàvele-a-vendòtte.
E quìste vènene sèmbe a chese-a-vendòtte…=E quenti vengono sempre a casa mia a mangiare a sbafo.
Quando non tutti avevano da mangiare c’era chi - con la scusa di fare una visita di cortesia - si presentava a casa di amici proprio all’ora di cena, magari in compagnia della moglie. Il padrone di casa si sentiva un po’ “costretto” a invitarli a restare per la cena.
Il malcapitato padrone di casa evidentemente abitava a numero 28, e il suo detto è rimasto nella memoria collettiva (chése-a-vendòtte oppure tàvele-a-vendòtte).
Quando il desco era vuoto, malinconicamente si diceva: Add’jì ca jéme jògge, a chése-a-vendòtte? = Non abbiamo nulla da mangiare, dove andiamo a rimediare qualcosa da mettere sotto i denti?
Fortunatamente questi tempi grami sono ormai passati per sempre (o no?).
Se qualche lettore (forza Lino Brunetti!) trova una spiegazione più plausibile sarò lieto di pubblicarla.