Paga-a-tótte

Paga-a-tótte = Pago tutti

In dialetto vero si dovrebbe dire: (io)Péje a tutte quànde.

Ossia, non vi impensierite, sono solvibile, non vi preoccupate!

Evidentemente colui che è passato come capostipite dei pagatori doveva aver un accento forse foggiano.

Pagghjére

Pagghjére s.m. = Pagliaio

Deposito di paglia infossato o anche piccola costruzione a secco adibita a deposito di zappe, vanghe, aratri e altri attrezzi agricoli.

È simile ad un piccolo trullo. Ce n’è qualcuno ancora nel circondario di Macchia.

Fungeva anche da riparo temporaneo per i braccianti sorpresi dalla pioggia durante i lavori nei campi.

Pagghjòsche

Pagghjòsche s.f. = Incertezza

Pasticcio, imbroglio, indecisione, titubanza, tentennamento.

“Stéche ‘mbrugghiéte: che pagghjòsche agghja pegghjé. = Mi trovo imbarazzato, che decisione devo prendere?

Pagghjùle

Pagghjùle s.m. = Soldi

Ritengo che si tratti di un termine gergale dell’ambiente marinaresco.

I Francesi elegantemente dicono argent de poche = denaro da tasca, ossia a portata di mano, immediatamente utilizzabile.

Generalmente il nostro viene usato al plurale, i pagghjùle = i soldi al posto dell’ottocentesco ternüse = tornesi.

Ce vònne i pagghjùle! = Occorrono i soldi!
Con linguaggio moderno: necessitano risorse finanziare!

Stéche senza pagghjùle = Non ho soldi, sono squattrinato.

Lo siamo un po’ tutti in questo periodo. Speriamo solo momentaneamente!

Tutti i dialetti usano un termine specifico: dané, palanche, franchi, terrise, dindi, bajòci, renàre, ecc. In manfredoniano ricordo anche: turnüse, sòlde, pèzze (dai pesos rimessi dagli emigrati in Argentina) o anche ‘u pjizze=il pezzo, per un importo pattuito in precedenza con il venditore.

In italiano rammento alcuni: quattrini, pezzi, conquibus, pecunia, grana, baiocchi.

Pala-möne

Pala-möne s.f. Palo da mina

Asta di acciaio a sezione circolare dal diametro di cm 3.5 e lunga cm 180, terminante con le punte a taglio, come la lama di un gigantesco cacciavite.

Azionato manualmente dal cavapietre, perforava la roccia in profondià, anche per un metro, per ricavarne la nicchia da riempire di polvere da mina.

Si batteva sul punto voluto tantissime volte. Ad ogni battuta il palo veniva fatto ruotare sul proprio asse di un quarto di giro.

Quando dopo centinaia di colpi il palo era penetrato per un palmo nella roccia, si buttava dell’acqua nella fossa per far fuoruscire la polvere sotto forma di poltiglia.

Un lavoro massacrante, specie sotto il sole, il più estenuante dei lavori manuali.

Palaciónne

Palaciónne sopr. = Marino, Pelagico

Dal latino Pélagus e dal greco Pelagòs = mare

Tutti i pescatori di Manfredonia raccontanto dell’esistenza di una città sommersa, fra Zapponeta e Torre Rivoli.

La leggenda è sorta nel IV secolo d.C. C’è chi dice che si tratta di una città reale, materia per l’archeologia marina.

Insomma di certo si sa solo che quel tratto di mare, in condizioni di limpidezza, mostra talvolta sui fondali delle porzioni di una pavimentazione basolata.

Recentemente una Rivista di archeologia ha pubblicato un articolo a tale riguardo. Cliccate sulla parola Rivista, che appare più chiara, e leggete!

Torniamo al nostro sprannome. Potrebbe derivare da S.Pelagia il famoso paese scomparso. Quindi significherebbe: proveniente da Santa Pelagia, o ancora: religioso del convento o devoto di questa Santa, come dire francescano.

Se vogliamo si potrebbe scovare un significato un po’ volgare: depilatore di peli dal pube femminile….Mi pare troppo forzato! Difatti dovrebbe cominciare con il verbo spelé o pelé, depilare.