P’i calecagne ‘ngüle

P’i calecagne ‘ngüle locuz.avv. = Velocemente

La locuzione alla lettera si traduce con i talloni a contatto con le natiche e vale come l’avverbio “velocemente” (per questo si dice locuzione avverbiale. Ragazzi ho dovuto ripassarmi le regole di Grammatica per affrontare questa fatica!!!)

I talloni potrebbero toccare contemporaneamente le natiche se si è accoccolati. Ma qui le toccano alternativamente durante una fuga precipitosa!

In italiano per la stessa descrizione si dice: a gambe levate.

P’u sànghe all’ùcchje

P’u sànghe all’ùcchje loc.avv. = Rabbiosamente, irosamente, furiosamente

Il significato letterale ‘con il sangue agli occhi’ denota qlu che versa in uno stato di agitazione, quando è accecato dall’ira (fig. con gli occhi iniettati di sangue).

Ce l’agghje dìtte quàtte p’u sànghe all’ùcchje = Gliene ho cantate quattro, stizzosamente, collericamente, senza alcun ombra di scherzo.

In italiano si potrebbe usare la loc.avv. ‘a muso duro’, ma non è altrettanto efficace.

Pàcce

Pàcce agg. e s.inv. = Pazzo

Che ha perduto la ragione.

Assì pacce = Diventare pazzo, psicopatico, impazzire.

Mo me fazze pegghjé da pacce = Agisco come un folle, in modo che gli altri mi prendano per pazzo.

Pacciarüje

Pacciarüje s.f. = Pazzia, follia

Condizione di chi è affetto da malattia mentale, associata ad atteggiamenti abnormi, e spesso violenti.

Per estensione, ma con valore attenuativo, descrive un’azione o un discorso che rivela imprudenza e/o bizzarria, stravaganza.

Quàcche jurne jà fé ‘na pacciarüje e me vèste da màşkere = Qualche giorno debbo fare una follia e mi vesto in maschera.

Me fazze venì a pacciarüje e mènghe mazzéte de cechéte a tutte quànde = Mi faccio venire la pazzia e dò botte da orbi a tutti.

Pachjìreche

Pachjìreche agg., sopr. = Con la chierica, chiericuto.

Pachjìreche o era un prete chiericuto, o uno che stava perdendo i capelli.

Rinomata cantina affollata dagli intenditori per la buona qualità del vino ivi venduto.

Aveva il banco di mescita per la vendita al minuto del vino sfuso, e alcuni tavolini ove gli avventori affezionati andavano a giocarsi al tressette o a scopa un’abbondante bevuta di vino rosso cerasuolo.

Per apprezzare la qualità del vino, quasi tutti i clienti partivano dalle loro case con in tasca un bel biscotto al finochietto ( ‘nu scavetatjille).

Prima ne sgranocchiavano un pezzetto, in modo che la bocca richiedesse un primo bicchiere.
Poi intingevano un altro pezzo nel secondo bicchiere per farlo inzuppare.
Se uno era attento si faceva durare il tarallo fino al quinto bicchiere.

E poi il canto polifonico veniva da sé.

Siccome era sempre ben affollata, se qualcuno passava lì davanti la sera, sentiva il gran vociare degli avventori avvinazzati.

Era sinonimo di chiasso, strepito. Se in casa c’era un po’ di baccano, il papà per zittire la marmarglia, urlava: e che hamme fàtte aqquà, ‘a candüne de Pachjireche = E che abbiamo fatto quì, la cantina di Pachjìreche?

Era così ben individuata che c’era questo motto in bocca ai paesani: ” ‘A candüne de Pachjìreche? ‘Nu càzze, ‘nu pìppete e ‘ni chitemmùrte!” = La cantina di P.? Un turpiloquio, un peto e una sonora bestemmia..

Tutto un ricco programma per i beoni…

Paga-a-tótte

Paga-a-tótte = Pago tutti

In dialetto vero si dovrebbe dire: (io)Péje a tutte quànde.

Ossia, non vi impensierite, sono solvibile, non vi preoccupate!

Evidentemente colui che è passato come capostipite dei pagatori doveva aver un accento forse foggiano.