Pàcce
Pàcce agg. e s.inv. = Pazzo
Che ha perduto la ragione.
Assì pacce = Diventare pazzo, psicopatico, impazzire.
Mo me fazze pegghjé da pacce = Agisco come un folle, in modo che gli altri mi prendano per pazzo.
Pàcce agg. e s.inv. = Pazzo
Che ha perduto la ragione.
Assì pacce = Diventare pazzo, psicopatico, impazzire.
Mo me fazze pegghjé da pacce = Agisco come un folle, in modo che gli altri mi prendano per pazzo.
Pàcce assaljéte loc.id. = Pazzo esagitato.
Tra i diversi modi di definire una persona folle, c’è questo assaljéte che forse significa esaltato, sfrenato, turbolento, irrefrenabile.
La locuzione è invariabile, al maschile, al femminile, al singolare e al plurale. Cambia solo l’articolo che determina il genere e il numero di assaljéte.
La locuzione può calzare nella definizione di una persona, sana di mente, ma in uno stato di eccessiva eccitazione, o di parossismo.
Paccègne (alla) loc.avv. = pazzamente, follemente
Alla maniera dei pazzi, senza alcuna logica.
Quando qlcu prende una decisione avventata, senza alcuna coerenza, si dice che fé i cöse alla paccègne = fa cose da pazzi, agisce come un folle.
Si può anche dire, con leggera variante: alla paccègna manöre = alla maniera dei pazzi.
Questo qualcuno potrebbe definirsi mupacchjöne, e di conseguenza agisce alla mupègne.
Pacciarüje s.f. = Pazzia, follia
Condizione di chi è affetto da malattia mentale, associata ad atteggiamenti abnormi, e spesso violenti.
Per estensione, ma con valore attenuativo, descrive un’azione o un discorso che rivela imprudenza e/o bizzarria, stravaganza.
Quàcche jurne jà fé ‘na pacciarüje e me vèste da màşkere = Qualche giorno debbo fare una follia e mi vesto in maschera.
Me fazze venì a pacciarüje e mènghe mazzéte de cechéte a tutte quànde = Mi faccio venire la pazzia e dò botte da orbi a tutti.
Pachjìreche agg., sopr. = Con la chierica, chiericuto.
1 – Pachjìreche o era un prete chiericuto, o uno che stava perdendo i capelli.
2 – Rinomata cantina affollata dagli intenditori per la buona qualità del vino ivi venduto.
Aveva il banco di mescita per la vendita al minuto del vino sfuso, e alcuni tavolini ove gli avventori affezionati andavano a giocarsi a carte un’abbondante bevuta di vino rosso cerasuolo.
Per apprezzare la qualità del vino, quasi tutti i clienti partivano dalle loro case con in tasca un bel biscotto al finochietto ( ‘nu scavetatjille).
Prima ne sgranocchiavano un pezzetto, in modo che la bocca richiedesse un primo bicchiere.
Poi intingevano un altro pezzo nel secondo bicchiere per farlo inzuppare.
Se uno era attento si faceva durare il tarallo fino al quinto bicchiere.
E poi il canto polifonico veniva da sé.
Siccome la cantin era sempre ben affollata, se qualcuno passava lì davanti la sera, sentiva il gran vociare degli avventori avvinazzati.
Era sinonimo di chiasso, strepito. Se in casa c’era un po’ di baccano, il papà per zittire la marmarglia, urlava: e ch’àmme fàtte quà, ‘a candüne de Pachjireche? = E che abbiamo fatto quì, la cantina di Pachjìreche?
Era così ben individuata che c’era questo motto in bocca ai paesani: ” ‘A candüne de Pachjìreche: ‘nu càzze, ‘nu pìppete e ‘ni chitemmùrte!” = La cantina di P.? Un turpiloquio, un peto e una sonora bestemmia..
Tutto un ricco programma per i beoni…
Paga-a-tótte = Pago tutti
In dialetto vero si dovrebbe dire: (io)Péje a tutte quànde.
Ossia, non vi impensierite, sono solvibile, non vi preoccupate!
Evidentemente colui che è passato come capostipite dei pagatori doveva aver un accento forse foggiano.