Nderlànde

Nderlànde s.m. = Punto lungo.

È uno degli innumerevoli interventi sulla stoffa in uso nelle sartorie per confezionare gli abiti.

Mené ‘i ‘nderlànde = Eseguire un’imbastitura con lunti molto lunghi, per “tracciare” la cucitura di due stoffe già praticamente imbastite, da farsi successivamente con la macchina da cucire.

(grazie a Lino Brunetti per il suggerimento)

Ndersüse

Ndersüse agg. = Presuntuoso

Pieno di boria e presunzione.

Alla lettera significa: pieno di torsoli, che ha il sapore ed è indigesto come i torsoli di cavolo.

Il soggetto ‘ndersüse nutre eccessiva e infondata fiducia nelle proprie doti, risorse o capacità.

Per questo ritiene anche, ‘u crétüne, di non dar confidenza a nessuno, perché tutti gli altri sono ritenuti indegni di stare al suo confronto.

Insomma un tipo intrattabile, un torsolo di cavolo. O meglio ‘na chépe de… cavolfiöre

Ndèsce

Ndèsce agg. = Trasandata

Riferito a donna trasandata nel vestire e nelle pulizie della casa e della propria persona.

Ndesecàrece

Ndesecàrece v.int. = Irrigidirsi, intirizzirsi, congelarsi.

Nel caso specifico si riferisce a biancheria lasciata all’aperto a sciorinare e che viene rappresa dal gelo della notte invernale. Chiaramente se la temperatura scende sotto zero si trovano i panni indesechéte, tesi, irrigiditi, congelati.

Per estensione può intendersi anche intirizzire, intirizzirsi.

So’ stéte tre jöre ammjizze ‘a stréte e me sò ‘ndesechéte = Sono stato tre ore in mezzo alla strada e mi sono intirizzito.

Credo che derivi da ‘Ndesé, irrigidire, irrigidirsi, diventare duro.

Ndigné

Ndigné v.t. = Colpire, centrare.

Mò t’jà ‘ndigné! = (Adesso ti devo centrare!). Grido di minaccia verso qlcn di lanciargli qualcosa contro, con l’intento di colpirlo in una tempia (’u tìgne, s.m.).

La tempia era ritenuta una parte fragilissima del cranio che non bisognava colpire mai, nemmeno per scherzo o per errore, altrimenti si rischiava la vita del soggetto centrato.

Ndiscià

Ndiscià sopr. = Che vive negli Sciali, Palustre.

Chiarisco subito che Sciale, nella toponomastica locale, significa terreno sabbioso costiero, una volta acquitrinoso e impaludato.

Molta gente, prima della bonifica, traeva il suo sostentamento dalla palude che si estendeva da Siponto a Zapponeta. In dialetto venivano chiamati “scialajùle”. Costoro vivevano di caccia o più semplicemente catturando anguille, o tagliando giunchi per farne canestri, scope e fondi di sedie, o raccogliendo sanguisughe da vendere alla farmacia per taluni malanni che richiedevano il salasso.

Allora quidd’indiscià, erano “quelli che vivevano negli Sciali”. Almeno questo è quello che mi diceva mio padre, classe 1901.

L’indicazione generica è poi diventata soprannome della famiglia De Salvia, tutti musicanti, dall’orecchio sopraffino, che hanno operato per tutto il Novecento, e Giuseppe, il figlio maggiore di Pietro, è tuttora attivo col il mandolino e il violino ad allietarci nelle serate estive.

Ricordo Geseppe, Jennére, Ndenjócce, Petrüne, Lelüne, Tonüne. Un certo Ze Luìgge, se non erro, negli anni ’20 aveva allestito una scuola di ballo frequentato da pescatori che dovevano imparare i passi fondamentali. Suonava lui, la moglie e i figli, in casa, la sera per guadagnare qualche lira.