Nagghjire

Nagghjire o anche Chépe-nagghjire s.m. = Capo frantoiano.

È il numero uno nella gerarchia tra gli operai addetti al frantoio oleario. Gli operai sono detti treppetére = frantoiani.

È lui che sceglie i collaboratori, che contratta la molitura e l’eventuale vendita di olio.

Siccome il ruolo chiede una forte personalità, viene definito scherzosamente chépe-nagghjire anche chi possiede un deciso carisma, un’aura da leader.

Il termine è quasi in disuso, perché nessuno più frequenta i frantoi, dato che questi ultimi, moderni e funzionali, necessitano di poco personale, in grembiule bianco, lindi e puliti come gli infermieri.

Grazie a Enzo Renato per il suggerimento.

N’abbaste a rengrazzjé

N’abbaste a rengrazzjé loc.id = Grazie infinite

È un modo di ringraziare decisamente più intenso dell’abituale “grazzje tànde” = Tante grazie.

Quando il ringraziamento è molto sentito per aver ottenuto un grosso favore, si ricorre alla locuzione del titolo, di solito rivolto in prima persona, sing. e plur.

Significa in effetti: io non finirò mai di ringraziarti, io non ti avrò ringraziato mai abbastanza per quello che hai fatto per me.

Volto al plurale:n’abbastéme a rengrazzjé = Il nostro ringraziamento è indeguato rispetto al beneficio ricevuto. Non basta, non è bastevole, è insufficiente.

In effetti questo modo di ringraziare è sempre spontaneo e cordiale e direi simpatico.

Qualche volta, tra amici, viene detto ironicamente o per sfottò, quando il favore è stato promesso e non mantenuto.

Note di fonologia:

1 – la negazione, per il fatto che il verbo comincia per vocale, non è il solito nen = non, come ad es. in nen parle, ma n’:

2 – la frase usa il verbo un po’ italianizzato abbasté come una specie di riguardo verso l’interlocutore cui si rivolge il ringraziamento.
In manfredoniano si dovrebbe dire avasté. Torno a ribadire l’influsso nel nostro dialetto della lingua spagnola, la quale pronuncia nello stesso modo la ‘b’ e la ‘v’, ossia espirando a labbra strette un po’ di fiato, come se si dovesse spegnere una candelina. Un esempio per tutti. Sp. brazo, braza = dial. vrazze = it. braccio, braccia.

N’ate-e-jüne

N’ate-e-jüne agg.indef. = Altro

Diverso, differente da persona o cosa già indicata: Döpe de jìsse jì arrevéte ‘n’ate-e-jüne = Dopo di lui è arrivato un altro.

Nuovo, seguente, ulteriore rispetto al primo, al precedente: Te so’ piacjüte ‘i pezzarèlle? Pìgghje ‘n’ate-e-jüne! = Ti sono piaciuti i dolcetti secchi? Prendine un altro!

Naltaràrece

Naltaràrece v.i. = Agitarsi, incollerirsi

Con altra locuzione si dice anche pegghjàrece velöne = prendersi veleno.

È la fase di incazzatura che precede l’esplosione dell’ira, che si manifesta con una forte sbraitata se non addirittura con un’aggressione manesca.

Ci si può naltaràrece a sentire i comportamenti non politicamente corretti di qualche uomo di Stato. (Ci voleva la U maiuscola per indicare la carica di Statista, ma non me la sono sentita, ed ho messo la u minuscola….pecchè stéche naltaréte!= perché sono imbufalito).

Scusate il neologismo, ma descrive bene lo stato di incazzatura che pervade molti altri Italiani in questo momento…

Tornando al termine: presumo che derivi da alterarsi, nel senso di cambiare, passare da uno stato di serenità a uno di agitazione, variare di umore.

Nammechéte

Nammechéte agg. e s.m. = Empio

Ammesso anche ‘nnammechéte e ‘namechéte.

Chi o che non rispetta le cose sacre, sacrilego.
Per estensione: irriverente verso istituzioni e tradizioni consolidate.

Credo che alla lettera significhi: “che è inimicato” (con Dio o con il Codice penale), parola dotta sfuggita a un prete sul comportamento scellerato di qlc farabutto.

Ne lu dànne avedènze a códdu nammechéte! = Non gli dare retta a quell’infame.

Nanarjille

Nanarjille s.m. = Strùffolo

Prodotti dolciari tipici del sud-Italia

Si tratta di tocchetti di pasta dolce ricavati da un cannello di farina zucchero e burro.

Una volta fritti,vengono ricoperti di miele o vünecùtte = vino-cotto, ossia mosto di uva o di carrube bollito e addensato. In Campania si chiamano “struffoli”, in Sicilia e in Calabria “porcedduzzi”.

Durano anche un mese.