Letteciüje

Letteciüje s.f.. = Debolezza organica

Purtroppo la popolazione manfredoniana e di tutto il sud in passato era falcidiata dalla tubercolosi, dovuta a denutrizione e a cattive condizioni igieniche.

Quando a causa dei questi due fattori le persone non avevano i mezzi per sostentarsi, dimagrivano e ce ne jèvene de letteciüje. = se ne andavano di debolezza, deperivano

Lettöre

Lettöre s.f. = branda, lettiera

Letto pieghevole in rete metallica, o anche supporto rigido usato in campagna a sostegno di un pagliericcio, un rustico materasso, un saccone riempito di foglie secche o di paglia. Per estensione anche lo stesso pagliericcio.

Credo che il termine derivi direttamente, visto che si usava solo nel mondo rurale, da lettiera: strato di paglia preparata per le bestie da soma e i bovini.

In un mondo dove il lavoro degli uomini e quello degli animali non era molto dissimile, perche ugualmente massacrante, il giaciglio di entrambi, uomo e bestia, ha preso lo stesso nome di lettöre.

L’unica differenza fra le due lettiere: quella degli uomini era sollevata da terra. Infatti la paglia era contenuta nel pagliericcio sostenuto dalla branda

Quella delle bestie, lo strato di paglia e foglie era sparso direttamente sul pavimento della stalla.

Mo me véche a mètte jind’a lettöre = vado a coricarmi.

Lìbbere

Lìbbere s.f. = Libera me Domine (preghiera)

Come per djasìlle, il sacerdote, su richiesta dei familiari del defunto, salmodiava davanti ad ogni loculo questa notissima preghiera cristiana, a suffragio della buon’anima.

Ricordo don Furio, accompagnato da un chierichetto che gli reggeva il secchiello e l’aspersorio per la benedizione con l’acqua santa e il suo canto accorato e lamentoso:

« Libera me, Domine,
de morte æterna,
in die illa
tremenda,
quando cœli
movendi sunt et terra.

Dum veneris
iudicare
sæculum per ignem.
Tremens factus
sum ego et timeo,
dum discussio venerit
atque ventura ira.

Dies iræ, dies illa,
calamitatis et miseriæ,
dies magna et amara valde.
Requiem æternam
dona eis, Domine:
et lux perpetua
luceat eis. »

« Liberami, o Signore, dalla morte eterna, in quel giorno tremendo quando la terra e il cielo si muoveranno, quando tu verrai a giudicare il mondo con il fuoco. Sono tremante pieno di timore, in considerazione del giudizio che verrà. Quel giorno è un giorno di ira, di calamità e miseria, un giorno molto triste. Dona loro l’eterno riposo, Signore: li illumini la luce perpetua».

L’offerta ‘libera’ per la Libera (scusate il calembour) al sacerdote non superava le 30 lire per ogni defunto cui si dedicava la sequenza.

Alla parte finale, al requiem æternam dona (eis)… don Furio interrompeva il canto e sottovoce si rivolgeva al committente e chiedeva: “come si chiamava?” Una volta ottenuta la risposta riprendeva il canto declamando il nome del defunto in latino, al posto di eis (a loro).

Forse la sua miopia – che lo portò in seguito alla cecità assoluta – gli impediva già da allora di leggere il nome riportato sulla lapide.

Don Furio, quando divenne completamente cieco, celebrava ugualmente la Messa al cimitero: incredibilmente e completamente a memoria!! Lo posso testimoniare perché mi ha letteralmente strabiliato.

(I versi in latino e la loro traduzione sono stati trascritti da Wikipedia)

Lìnnje

Linnje s.m. = Lèndine

Lendine, uovo di pidocchio che si annida alla radice dei capelli.

Si doveva pronunciare, al singolare, lènnje, da lendine; siccome è sempre stato detto al plurale, si è persa memoria di lènnje e si dice lìnnje anche al singolare. Perciò è ritenuto invariabile.

Le nostre nonne erano abilissime a spulciare i nipotini affetti da pediculosi: un po’ come fanno abitualmente gli scimpanzè con i loro cuccioli. Solamente che non li portavano alla bocca come le scimmie!

La no’, me vu’ cerché ‘nghépe se stanno i lìnnje? = Nonna, mi vuoi cercare trta i capelli se ci sono i lindoli?

Lìppe

Lìppe s.m. = Viscidume

È quella sostanza viscida, scivolosa o appiccicosa che copre, ad esempio, il corpo di anguille e polpi, o che si crea sciogliendo i detersivi in acqua, o protraendo troppo a lungo la cottura della pasta alimentare.

Quando ero adolescente associavo immediatamente questo termine al detersivo in polvere LIP, appena messo in commercio credo dalla Mira Lanza.

Lìsce-e-bósse

Lìsce-e-bósse s.m. = Rimbrotto, rimprovero

È un sinonimo di cazzjatöne.

Il termine deriva dal gergo dei giocatori di carte, nel gioco del tressette. Il suono è invitante, prima ti liscio e poi ti colpisco.

Quànne ‘ngondre a Giuànne lu fàzze ‘nu lìsce-e-bósse a nómere jüne! = Quando incontro Giovanni gli faccio un rimprovero di prima categoria!