La paröla möje ai chéne

La paröla möje ai chéne lic.id. = Non sia mai

Alla lettera: La parola mia ai cani.

Si usa questa locuzione prima di pronunciare qls cosa che possa essere mal interpretato dall’interlocutore.

Si preferisce chiarire che quello che si sta per dire di spiacavole non debba nuocere ad alcun essere vivente, tranne i cani. Perciò è meglio che questi siano senza proprietari.

Un po’ come ‘nziamé, allonghe da ‘gnüne, allongasüje .

La vamméne Zappunöte

La vamméne Zappunöte loc.id. = La levatrice di Zapponeta

La locuzione descrive una donna che si dà delle arie eccessive. Ma chi crede di essere ‘a vamméne Zappunöte?

In un piccolo centro come Zapponeta potrebbe anche essere considerata l’unica, l’indispensabile, la preziosa, ecc.

Ma nella nostra “grande” città costei è solo un numero che si confonde negli altri numeri.

Al maschile si diceva, con lo stesso significato spregiativo: ‘U Sìneche Zappunöte.= il Sindaco di Zapponeta, beninteso quando il centro era solo una piccolissima frazione di Manfredonia e certamente non aveva il Sindaco ma solo un Rappresentante in seno al Consiglio Comunale di Palazzo San Domenico.

Ora che Zapponeta è un Comune autonomo, certamente avrà il suo bravo Sindaco, legittimamente insediato. Perciò la locuzione ha perso il significato dispregiativo originale.

Làjene

Làjene s.f. = Sfoglia.

La parola greca laganon era usata per indicare un foglio grande e piatto di pasta tagliato a strisce.

Da laganon deriva il laganum latino, che Cicerone cita nei suoi scritti.

Sottile strato di pasta tirata con il mattarello o con l’apposita macchina.

Da questa sfoglia ‘madre’ si ricavano tagliatelle, tagliolini, maltagliati, pappardelle, lasagne e cannelloni.

Un formato di pasta industriale detto Tripolina o Mafaldina sono chiamate da noi ‘I lajene rìcce, per il loro bordo ondulato.

Condite con il sugo di pomodoro fresco al basilico e con la ricotta dura grattugiata formano un primo piatto fra i più semplici e gustosi di Manfredonia.

Lajnatüre

Lajnatüre s.m. = Mattarello

Strumento di legno di forma cilindrica, usato in cucina per distendere e assottigliare la pasta sulla spianatoia.

Quello pugliese ai due lati presenta due pomelli come fossero manici, di diametro leggermente inferiore rispetto al corpo del cilindro.

Quello emiliano è uniforme e più lungo, come un bastone lungo 80 cm.

Deterrente contro le marachelle dei figli discoli.

Stàteve fèrme, ca se no, mo’ pìgghje ‘u lajnature e v’addr’zze ‘i cùste! = State fermi, altrimenti ora prendo il matterello e vi raddrizzo le costole! (Aiuto!)

Lambasciöne

Lambasciöne s.m. = Muscaro

Pianta delle liliace (Muscaro comosum).

Termine spregiativo per indicare qlcn un po’ fessacchiotto.

Contesto vivacemente perché il “lampascione” ha un bulbo dalle proprietà straordinarie.

Molto apprezzato nella gastronomia pugliese, è ritenuto addirittura un potente afrodisiaco.

Forse non tutti sanno che provoca anche noti effetti indesiderati e dirompenti che… sono nocivi per l’ambiente a causa degli abbondanti gas d’intestino. Roba da buco nell’ozono!

In italiano si dovrebbe chiamare Mùscaro o Cipollaccio selvatico. Ma ormai tutti lo conoscono con questo nome regionale.

Esiste anche il soprannome di Lambasciöne

Lambe

Lambe s.m. e s.f. = Lampo, patella, lumino

1) ‘U lambe s.m = Lampo. Manifestazione visiva delle scariche elettriche nell’atmosfera durante i temporali.

2) ‘U lambe s.m. = Patella.Indica sempre al maschile, la patella (Patella caerulea) attaccata agli scogli. Per divertimento la si staccava dagli scogli su cui vive, per mangiarla all’istante, risciacquata nell’acqua di mare.

3) ‘A lambe s.f. = Lumino. Cilindro di cera o vasetto con olio in cui galleggia uno stoppino, acceso sulle tombe o davanti alle immagini sacre