Grascjüse

Grascjüse agg. = Munifico

Abbondante, generoso nel dare, non avaro, senza mezze misure.

Al femminile fa grasciöse

Deriva da grasce = abbondanza, generosità.

Al femminile suona grascjöse

Jògge ha cucenéte saléte. Si’ grasciöse a séle! = Oggi hai cucinato salato. Sei generosa col sale!

Gràspe

Graspe s.m. = Grappolo

Il dialetto graspe è il grappolo. In italiano il graspo è ciò che resta del grappolo una volta tolti gli acini dell’uva.

È ammessa anche la forma gràspele per assonanza con gràppolo.

Che bell’üve! ‘Nu gràspele pöse ‘nu cüne! = Che bell’uva! Un grappolo pesa un chilo!

Graste

Graste s.f. = Vaso

Voce trasmessa nel sud Italia dalla Sicilia e proveniente dal greco Gastra = Vaso panciuto

La è un recipiente di terracotta, a forma di tronco di cono rovesciato o di parallelepipedo rettangolare, forato alla base e colmato di terriccio, in cui si coltivano piante o fiori.

Quasi in tutte le famiglie troviamo vasi coltivati a geranio e a basilico.

Gratta-mariànne

Gratta-mariànne s.m. = Granita

Prodotto di gelateria formato da ghiaccio tritato con sciroppo.

La definizione del vocabolario Sabatini-Coletti è un po’ troppo striminzita

Ghiaccio tritato e posto in bicchiere con sciroppo di menta, orzata, amarena ecc. Si gusta lentamente con un cucchiaino.

Una volta si otteneva “grattando” il blocco di ghiaccio (‘u cannùle) con un’apposita pialletta metallica dotata di contenitore dal coperchio snodato.

Dentro di esso si accumulavano i detriti man mano che si raspava la colonnina di ghiaccio.

Una volta riempito, si sollevava il coperchio e si faceva scivolare la massa granulosa di ghiaccio dentro il bicchiere, ove si condiva con abbondante sciroppo di frutta ‘u sènze = l’essenza

Gratte, gratte la Marianne, ca chjù gratte e chjù guadagne! = Gratta, gratta, Marianna, ché più gratti/o e più guadagni/o.

Da questo grido dell’imbonitore, rivolto alla sua aiutante, moglie o figlia che sia, è nato il nome popolare della granita.

Successivamente fu introdotta un macinino con manovella laterale, a rotella, per la triturazione del ghiaccio.

Si introduceva il ghiaccio dall’alto in pezzi grossolani ottenuti con lo scalpello dal blocco intero e si azionava la macina. Passato attraverso il trituratore, esso scendeva sminuzzato direttamente nel bicchiere.

Le granite più stuzzicanti si vendevano in un chiosco sotto il castello, gestito da Vincenzo detto Gemì “Garebbalde”, (gli Alleati lo chiamavano Jimmy).

Costui, furbescamente, faceva anche credito ai ragazzi momentaneamente scarsi di moneta. Vi assicuro che Gemì ci ha rimesso nemmeno un centesimo perché sapeva che gli adolescenti sono tutti ciecamente affidabili.

Grattachése

Grattachése s.f. = Grattugia

Il nome grattachése, alla lettera, significa gratta-cacio.

Utensile da cucina di metallo (clicca sull’immagine per ingrandirla),munito di fori dai bordi sporgenti. Ora lo fanno tutte di acciaio inossidabile. Ai tempi dell’antica Roma (ne hanno reperite negli Scavi di Pompei) quando non era stato trovato il procedimento per ottenere l’utilissimo inox, erano di lamina di ferro o di bronzo.

Questi fori molto ravvicinati formano sul metallo una superficie scabra su cui si sfregano alimenti vari per ridurli in briciole.

La grattugia in generale ha forma di una tegola, ossia ricurva.

Quella chiamata “Barese” è rotonda, inserita in una specie di tegame senza manici dove si raccolgono gli alimenti grattugiati.

Gràvede

Gràvede agg. = Donna che è in stato di gravidanza.

In italiano corrisponde a gravida, aggettivo riferito a femmina dei mammiferi, che è in gravidanza.

Anche la femmina umana è, scientificamente parlando, un mammifero. Le nostre nonne non usavano altra definizione. Retaggio della civiltà contadina.

Insomma la donna in attesa era definita con lo stesso termine usate per le coniglie, le gatte, le scrofe, le giumente, le cagne, e tutti gli altri animali femmine.

Troppo riduttivo, anzi un po’ spregiativo. Le generazioni successive dicevano che la gestante si doveva accatté ‘u uagnöne = comprare il bambino.
Quelle attuali.usano ngìnde, aspette ‘nu uagnöne.

Sepònde sté gràveda gròsse = La signora Siponta è incinta ed è all’ultimo stadio di gravidanza, è ormai prossima al parto.

Noi monellacci di strada, sulle note della marcia di “Garibaldi fu ferito….”, l’inno dei garibaldini, cantavamo una canzonaccia oscena in dialetto che mi astengo di trascrivere per intero. L’amore per il lessico dovrebbe farmi superare ogni titubanza, ma io sono un timidone….

Ecco il riassunto della storiella: una figliola confida alla madre il suo stato di gravidanza. E la madre chiede lumi.
Alla poveretta fanno pronunciare le parole con una accento un po’ diverso, come per mascherare la sua origine manfredoniana.

Scrivo solo la prima parte:

- Màmma mamme me sènde gràvede..
- Figghja fìgghje chi t’à mundate?
- M’à mundate ‘u Guardiane,
sòtt’u pònde de Regnàne…
ecc. ecc.

Mamma, mamma. mi sento incinta.
Figlia, figlia, chi ti ha fecondata?
Mi ha ingravidato il Guardiano
sotto il Ponte di Rignano…

Anche qui si usano i verbi montare, ingravidare. Lo stesso linguaggio usato per le bestie.

Potrei anche trascrivere il seguito, ma non vorrei che i benpensati diano l’ostracismo a questo mio faticoso lavoro a causa di una sciocchezza….

Se qualche “mascalzone” della mia età conosce il resto della canzonaccia, lo faccia lui nella replica a questo articolo!