Genuöse

Genuöse s.f. = Pietanza alla Genovese

Pietanza o intingolo con carne di vitello, molte cipolle affettate, prezzemolo, olio e sale, preparato secondo l’uso genovese.

Qualche navigante nostrano, a contatto con i liguri, ha introdotto questa ricetta a Manfredonia.

Le nostre antenate, che non disponevano sempre di carne, hanno adattata la “Genovese” alle seppie, decisamente più accessibili dalle nostre parti.

Sìcce a genuöse = Seppie alla genovese (gnam), da mangiare come pietanza o come condimento agli spaghetti, in un gustosissimo piatto unico.

Dirò che tale variante ha esaltato ancor di più il profumo e il gusto della pietanza. Con buona pace dei Genovesi.
Le nostre mamme

Gesèppe

Gesèppe n.p. = Giuseppe

Deriva dall’ebraico Yoseph, derivato da yasaph, “aggiungere”, con il valore augurale di “Dio aggiunga, accresca” (la famiglia, mediante i figli) . E’ il nome più frequente in Italia per via della sua matrice religiosa.
L’onomastico viene festeggiato per tradizione il 19 marzo in onore di s. Giuseppe, padre putativo di Cristo. Solo dal 1968 il giorno dell’onomastico del Santo coincide con la festa del papà.

Esistono diversi diminutivi in dialetto:
Pèppe (per le persone di riguardo Donbèppe)
Peppüne
Peppócce

Sasèppe (femminile)
Geseppüne (femminile)
Peppenjille e al femminile Peppenèlle.

Quest’ultimo nome mi fa venire a mente una nave da carico, la “Peppinella”, allestita da armatori locali nel 1958/60 credo, che ebbe la sventura di affondare con tutto il suo carico di rottami di ferro, a nord di Pas de Calais, presso Dunkerque, proprio durante il suo primo viaggio.

Tutto l’equipaggio – composto interamente da Manfredoniani – si salvò dal naufragio grazie al soccorso di altri natanti prontamente intervenuti.

Ricordo anche il nome di due marinai: Paolo D’Angelo, noto come Pavelócce ‘Seccjöne’ , socio fondatore della AVIS di Manfredonia, e Tonino Bordo, lanciatisi in mare prima dell’affondamento.

Mi sovviene anche il grido di un venditore ambulante di ortaggi:

Chi ce mànge i rafanjille
fé li fìgghje mariungjille:
l’agghje cùlte allu giardüne
de Peppenèlla müje!

= Chi si mangia i ravanelli fa i figli ladruncoli: li ho raccolti nel giradinodi Peppinella mia!

Ghjachitemmùrte

Ghjachitemmùrte inter. = Esclamazione, imprecazione (rom. li mortàcci.…)

Si tratta del riassunto della frase intera: mannàgghja a chi t’è murte! = male ne abbia chi ti è morto.

In rapporto al numero dei destinatari dell’improperio, può essere declamato anche al plurale: ‘ghiachivemmùrte.

Viene enfatizzato, sempre ad alta voce. Quando lo si bisbiglia a testa bassa si è di fronte ad un superiore che non deve sentire, per il bene di tutti.

Se non bastasse, per rincarare la dose, si aggiunge senza prendere fiato “e stramùrte!”.

Talora, ancora più stringatamente echeggiava un trisillabo, specie se rivolto a dei monelli in fuga dopo aver combinato qualche marachella: “ghiachìve….!” e bastava questo.

Comunque jastemé ‘i mùrte=bestemmiare contro i defunti era considerata una ingiuria molto grave. La reazione era violenta, e la zuffa, anche tra adulti, finiva molto male.

I più poetici ricorrevano alla frase mannagghje all’ùsse sturte de chivemmùrte = Male ne abbiano le ossa storte dei vostri morti!

Io credo solo per questione di rima, a prescindere dalla deformazione di quelle povere ossa…

Ghjachitennósse

Ghjachitennósse int. = Mannaggia

È un evidente eufemismo, al posto del più robusto ghjiachitemmùrte = Mannaggia chi ti è morto.

Al plurale, se si impreca contro più di un interlocutore, si dice: ghjachivennòsse.

Non voglio dilungarmi troppo. Quanne ce völe, ce völe ‘nu bèlle chitemmùrte!

Ghjòmmere

Ghjòmmere s.m. = Gomitolo di filo.

Deriva dal latino glomus

Palla di filo dipanato

Si comprava il filo di cotone a matasse (a bomméce). Lo si passava a gomitolo per avere il filo continuo senza pericolo di aggrovigliamento. E poi si usava per sferruzzare.

Le nostre nonne erano abilissime ai ferri (per farne calzettoni) o all’uncinetto (firracruscé = francese “fer-à-crocher” = ferro da uncinare, da agganciare).

I Napoletani pronunciano gliòmmere (con la ‘gl’ di figli, non di glicine).

Giacchè-quèste

Giacchè-quèste cong. = Poiché, dal momento che…

Per la ragione che, dal momento che, dacché; introduce una causale e vuole l’indicativo come in italiano.

Vüje nen studiéte! Giacchè-quèste stasöre nen ce jéte a fàrve ‘a pìzze = Poiché voi non studiate, questa sera non andrete a farvi la pizza.