Falegnéme

Falegnéme s.m. = Falegname

Artigiano che lavora il legno.

Questo nome è abbastanza ‘moderno’.

Fino agli anno ‘40 era detto maste-d’asce = Maestro d’ascia, come in quasi tutto il centro-sud dell’Italia.

Faluppé

Faluppé v.t. = Ingoiare

Trangugiare, inghiottire avidamente o rapidamente.

Me so’ faluppéte döje farréte! = Ho divorato due farrate.

Per un suono più scorrevole si usa prununciare anche affaluppé.

Per esempio:
Tenöve düje scagghjuzze ind’u piatte e so’ stét’affaluppéte jind’a nu mumènde.= Avevo due scagliozzi dentro il piatto e sono stati divorati in un momento

Fangòtte

Fangòtte s.m. = Fagotto

Involto di panni o altro, fatto frettolosamente senza particolare cura. Antesignano del borsone sportivo.

Arrecùgghjete ‘u fangòtte e vattìnne a caste = Raccogliti le tue cose e vattene a casa tua.

In italiano si usa dire far fagotto: sgomberare alla chetichella, o chiudere un’attività.

Fanöje

Fanöje s.f. = Falò.

Fuoco acceso all’aperto per segnalazione, come manifestazione festosa o per bruciare cose inutili.

Era consuetudine accendere i falò la vigilia delle grandi feste religiose: Natale, S.Giuseppe, S.Lucia, l’Immacolata, ecc.

Quando non era ancora diffuso il gas per uso domestico, tutti avevano in casa della legna da ardere per la cucina.

Allora i marmocchi facevano la questua casa per casa: Bellafé, Me vù dé ‘na legne a San Gesèppe? = Signora, mi vuoi dare una legna (per il falò che stiamo preparando per la festa dedicata) a San Giuseppe?

Partecipava generosamente tutto il vicinato e tutta la legna veniva accatastata all’incrocio delle vie.

All’accensione dei falò c’erano solo i ragazzini: poi man mano si avicinavano anche gli adulti. Alla fine, intorno al fuoco si raccontavano ‘nduvenjille, frecàbbele e sturièlle.= indovinelli, barzellette e storielle fino tarda ora, quando il fuoco si consumava del tutto.

Con l’avvento del gas in bombole nel 1950 questa bella usanza è cessata per mancanza di materia prima da bruciare, almeno nelle città.

Fàrece freché da ‘u maletjimbe

Fàrece freché da ‘u maletjimbe loc.id. = Farsi sorprendere dalla tempesta.

È un circonlocuzione che significa ‘commettere una sconsideratezza’.

Immaginate la marineria locale come stava attenta alle perturbazioni atmosferiche, quando le attività di pesca avvenivano solo con natanti a propulsione remo-velica.

I pescatori, benché analfabeti, avevano tutti in casa un barometro e lo sapevano “leggere” benissimo.
Conoscevano anche tanti altri segni per subodorare l’avvicinarsi di nembi, o di cigghjéte. Ne andava della loro pellaccia.

Dalla vita di mare l’espressione, figuratamente, è passata nel linguaggio usuale. Nen te facènne freché da ‘u maletjimbe = Sii prudente, sii cauto, usa precauzioni, non ti far sorprendere dalle avversità!

Farnére

Farnére s.m. = Crivello

Grosso setaccio usato per vagliare materiali incoerenti come cereali, sabbia, minerali, utilizzato spec. in campo agricolo, nell’edilizia e nell’industria estrattiva .

Quello meccanico che fa parte della mietitrebbia si chiama con teermine italiano gran-crevèlle