Fé acciàffe-acciàffe

Fè acciàffe-acciàffe loc.id. = Andare a ruba

Quando un prodotto appare sul mercato in quantità ridotta rispetto alla domanda, specie se il rapporto qualità/prezzo è buono, va letteralmente a ruba.

Noi diciamo che hanne fatte acciaffe-acciaffe = (Gli acquirenti) hanno abbrancato tutte le scorte.

Stamatüne au merchéte stèvene bèlle precöche. Vulöve pegghjé ‘nu cüne pe te, ma hanne fatte acciaffe-acciaffe = Stamattina al mercato c’erano delle belle pesche. Avrei voluto comprarne un chilo anche per te, ma non mi hanno dato modo perché gli acquirenti le hanno asaurite in poco tempo.

Fé cinghe-e-tre-jòtte

Fé cinghe e tre jòtte loc.id. = Rubare.

Sottrarre con destrezza e/o fraudolentemente denaro o oggetti appartenente ad altri.

La locuzione è sempre accompagnata da una gestualità molto conosciuta, consistente di chiudere la mano facendo avvicinare le dita uno alla volta verso il palmo, cominciando dal mignolo, mentre il polso fa una torsione di 90°.

È presto detto, come dire: aver la mano leggera, la mano lesta, in quattro e quattrotto.

Vé facènne cinghe e tre jòtte = va rubando, fa sgraffignando…

Fé döj fàcce

Fé döj fàcce loc.id.= Comportarsi falsamente

Avere due volti, essere falso, insincero, inaffidabile.

Davanti ti sorride, di spalle ti pugnala (metaforicamente s’intende). Falso e cortese.

A Torino dicono di sé stessi che i Piemuntèis sùn fàls e e curtèis: tènene döj fàcce!

Si può anche dire:Jèsse faccia storte = essere insincero, sleale, disonesto.

Fé japrì ‘u stòmeche

Fé japrì ‘u stòmeche loc.id. = Far venire l’acquolina in bocca

Offrire leccornie stuzzicanti agli inappetenti per invogliarli a mangiare. Desiderare qlc cibo succulento, squisito.

Sjinde l’addöre d’i chjapparüne: te fé japrì ‘u stomeche = Senti profumo dei capperi: ti fa venire l’acquolina in bocca.

Quànne vöte i sìcce a rjanéte ce jépre ‘u stòmeche! Avaste şkìtte pe l’addöre = Quando vedo le seppie (ripiene) mi viene l’acquolina in bocca. Basta il solo profumo.

L’apertura dello stomaco, lungi da ogni pratica chirurgica, sia uno spazio che si crea spontanemante all’interno di esso al solo pensiero di potervi alloggiare qualcosa di squisito.

Fé jüna fàcce

Fé jüna fàcce loc.id. = Fare una faccia.

Potrebbe sembrare che qlcn non fa il voltagabbana ed è coerente, non voltafaccia.

Più semplicemente significa: rompere ogni indugio, prendere il coraggio a due mani (anche in italiano ci sono espressioni curiose, come se l’indugio fosse un uovo da rompere, o il coraggio fosse un oggetto con le maniglie da raccogliere da terra).

Stamatüne t’agghje vìste! Allöre è dìtte: mò fazze jüna facce e li véche a cerché ‘a bececlètte ‘mbrìste!
= Stamattina ti ho visto. Allora mi son detto: prendo il coraggio a due mani e gli vado a chiedere in prestito la sua bicicletta.

Fé pàste nòbbele

Fé pàste nòbbele loc. id. = Rimpinzarsi, deliziarsi con cibo pregiato.

Etimo chiaro: fare un pasto degno dei nobili.

Quando il cibo era davvero un bisogno primario dell’uomo (ora siamo iper-alimentati e necessitiamo tutti di ferree diete), il misero pasto quotidiano a base di pane e pomodoro, o verdure campestri, cipolle, fave, patate, o legumi e talvolta pesci di sciabica, il piatto più ambito da tutti era “maccarüne p’a carne” = maccheroni con il ragù di carne.

In effetti i salumi, le bistecche, i formaggi, le uova, fonte di proteine nobili, non sempre entravano nella mensa del popolo.

Quando capitava nelle grandi occasioni di sedersi a una mensa ricca di portate speciali, allora veramente si faceva paste nobbele.

La locuzione va bene anche se riferita a qlcu particolarmente ghiotto di un certo tipo di vivanda.

Mò ca vöne Tonüne e tröve féfe e cecòrje uà fé paste nobbele = Quando rincaserà Tonino e troverà per cena fave e cicorie, le apprezzerà sicuramente (perché evidentemente ne è particolarmente ghiotto).

Metaforicamente, se si incontrano due o “forbicioni” e il discorso cade “per caso” su una persona nota, fànne pàste nòbbele (ossia se lo “tagliano a fettine” con le loro lingue taglienti).