Catrechéle
Catrechéle agg. = Primario, principale
Che ha la maggiore importanza, il maggior valore.
Te ne vjine per tanta chjacchjere e te scurde ‘u catrechéle = Fai tante chiacchiere e ti dimentichi l’argomento principale.
Catrechéle agg. = Primario, principale
Che ha la maggiore importanza, il maggior valore.
Te ne vjine per tanta chjacchjere e te scurde ‘u catrechéle = Fai tante chiacchiere e ti dimentichi l’argomento principale.
Catréme s.f. = Catrame
In italiano il termine è maschile e in dialetto è femminile. La differenza non è solo questa.
Per i non addetti ai lavori si fa grande confusione fra i termini catrame, bitume, asfalto.
In pratica sono materiali bituminosi di varia provenienza, generalmente impiegati nell’edilizia stradale.
Il catrame si ricava dalla distillazione del carbon fossile, il litantrace; il bitume dalla distillazione petrolio; l’asfalto si trova in natura come miscela di pietrisco e bitume.
‘A catrème copriva il MacAdam (manto stradale di pietrisco rullato) di Via Tribuna, ed era l’unica strada “asfaltata” che attraversava Manfredonia, detta vianöve = via nuova.
Il sole torrido di agosto rendeva la superficie stradale molto molle, e noi monelli staccavamo dei pezzi di “catrame” per farne palline. La leggenda metropolitana imponeva di gettare queste palline nel fuoco della cucina (fino all’avvento del gas in bombole, nel 1950, le nostre massaie cucinavano a legna o con il carbone vegetale) per ritrovarle trasformate in biglie d’acciaio!
Cavafanghe s.m.= Draga, aspira fango
Attrezzatura della marineria per cavare dai fondali del bacino portuale gli accumuli di fango in modo da aumentarne il pescaggio, ossia la profondità. I fanghi portati in superficie, se non ricordo male, venivano deposti su uno zatterone e scaricati in alto mare.
L’etimo è chiaro: cavare, tirare fuori. estrarre + fango.
Siccome l’imbarcazione era sempre rumorosa, puzzolente e sporca, il termine è passato scherzosamente a designare qlcu non proprio di bell’aspetto, diciamo non un fighetto.
Cavamonde s.m. = Cavapietre
Operaio addetto all’estrazione di pietre da una cava.
Costui svolgeva un lavoro tra i più faticosi esistenti. Con un paletto d’acciaio (‘a pala-möne, il palo da mina) dal diamentro di circa 5 cm, a forza di braccia praticava un cunicolo nella roccia profondo almeno 50 cm.
Dentro questo foro disponeva una carica di tritolo (‘a möne = la mina) che faceva brillare con una miccia a comustione lenta, per frantumare la roccia in grossi pezzi. Ognuno di questi, con un grosso martello che si impugnava con entrambe le mani, veniva ulteriormente ridotto di pezzatura, secondo l’utilizzo che se ne doveva fare. Un lavoro massacrante.
Se non vi annoio, voglio proporvi una poesia del mio caro amico Lino Nenna, dedicata a suo padre che di professione faceva proprio il cavapietre.
Méne pussènde e callöse
japèrte cöme ‘a pètele de röse,
p’a facce stanghe e scarnüte:
‘u mestjire l’ò vìste abbelüte
P’ ‘a fatüje fatte škìtte dai vrazze
e pöche chjöche tenöve mbacce.
Jìnde ‘u sguarde ‘na dulcèzze,
ma l’ùcchje luccecande de stanghezze.
‘A söra tarde turnöve, ce accarezzöve,
revedènne ‘i vüse nustre,
jìnd’u cöre süve l’anzje
de vedìrece grùsse.
Jìsse camböve škìtte pe nüje
ma ‘u tìmbe nen l’ò accarezzéte méje.
Pe la mènde alla famigghje
e p’u cùrpe alla fatüje
ò cunzeméte acchessì ‘a vüta söve.
Tótte ce’ò déte pe tanda amöre
chisà s e’u Segnöre ce l’ò pegghjéte a cöre.
Traduzione per i lettori non manfredoniani:
Mani possenti e callose/ aperte come petali di rosa/con la faccia stanca e scarnita/il mestiere lo ha reso avvilito/per il lavoro fatto solo di braccia/e poche rughe teneva sulla faccia./Dentro lo sguardo una dolcezza/ma gli occhi lucidi di stanchezza./A sera tardi tornava, ci accarezzava/rivedendo i nostri visi/ dentro il cuore suo l’ansia/di vederci cresciuti./Egli viveva solo per noi/ ma il tempo non lo ha accarezzato mai./Con la mente alla famiglia/ e con il corpo al lavoro/ha consumato così la vita sua.
Tutto ci ha dato con tanto amore/chissà se il Signore lo ha preso a cuore.
Càvece s.m. e s.f. = Calcio, Calce
1) Càvece s.m. = Calcio, pedata, colpo sferrato con un piede (al pallone o contro un avversario in lotta).
2) Càvece s.f. = Calce, prodotto per l’edilizia o anche la calcina, la malta per attaccare i tufi o pavimenti e rivestimenti.
La calce viene prodotta per cottura della pietra calcarea in apposite fornaci dette calechére (si ottiene la “calce viva in zolle”), la quale posta poi a contatto con l’acqua, sprigiona calore e comincia a ribollire.
Questo processo, che è molto pericoloso, si chiama “spegnimento” (o più correttamente “idratazione”) e viene realizzato in apposite vasche. La la calce così ottenuta mista all’acqua ha consistenza pastosa, e viene detta “grassello di calce” o più correttamente “calce idrata”.
La calce oggi è utilizzata è la calce idrata in polvere, un prodotto industriale venduto in sacchetti da 33 kg.. Esiste in commercio anche il grassello di calce in pasta, in sacchetti di plastica, prodotto ad Apricena.
La calce in grassello era usata per imbiancare le pareti (vedi:bianghjatöre)
Usata soprattutto per preparare intonaci e malte bastarde (mischiandola al cemento e alla sabbia o alla tufina) per murature e rinzaffi.
Ai tempi di Roma antica, si usava mischiarla alla pozzolana per legare i conci di tufo o di pietra. Vedi il Colosseo o i muri a “reticolato romano”, tuttora in piedi, dopo venti secoli.
Cavedére s.f. = Pentola.
Grossa pentola per cuocere la pasta ( ‘i maccarüne).
Una volta le facevano di rame. Per evitare avvelenamenti da ossido la parte interna veniva coperta da un bagno di stagno fuso. Passava un ambulante per le vie di Manfredonia, con la sua brava forgia portatile, e stagnava, le pentole di rame. A volte anche gli zingari girovaghi facevano questa operazione.
Quando è proprio grande di chiama cavedaröne = marmitta, pentolone.
Se la massaia abbonda un po’ nel fare le porzioni della minestra si dice:
avàste! ne’mmettènne cchjó! Ha’ fatte ‘nu cavedaröne de pàste! Chi ca ce lu’ ha mangé? = Basta! Non metterne più! Hai fatto un calderone di pasta! Chi se la deve mangiare?
Per preparare il ragù si usa “ ‘a tièlle” o “a tjillózze”