Cacàzze

Cacàzze s.f. = Paura

Paura, spavento, panico, timore, terrore, tremarella, ecc.

Modi di dire:

“Ce sime pigghjéte ‘na cacàzze!…” = Abbiamo preso uno spavento!

Ce n’jì scappéte p’a cacàzza ‘ngüle. = Se n’è fuggito con la coda fra le gambe.

Da non confondere con il termine “scacàzze”

Caccamamöne

Caccamamöne s.m. = Decalcomania

Caccamamöne era la deformazione dialettale di “decalcomania”, cioè un’immagine che si trasferiva per via umida dalla carta ad un’altra superficie.

Ricordo che tutti i negozietti avevano tutti sul vetro un’immagine gialla, ellittica verticale, che raffigurava un galletto nero; proprio sotto le zampe del galletto c’era scritto “Tana-la crema fine per calzature”.

Si vendevano anche delle piccole decalcomanie, ad uso dei bambini, che trasferivano le immagini a colori di personaggi dei fumetti.

Si immergeva per qualche secondo in acqua la figurina per attivare lo strato di colla (non esisteva la colla chimica) e si applicava su un libro, su un braccio, dove si voleva, e poi piano piano si staccava la carta esterna bagnata.

Lo strato interno con l’immagine, durante questa operazione di distacco, a volte si deformava, e così essa risultava deformata e distorta.

Ecco perché era un caccamamöne, che, per estensione, si diceva di persone con una faccia un po’ irregolare. Era un epiteto riguardante una persona che non aveva proprio una bella faccia.

Le decalcomanie per via secca, molto diffusi negli anni ’70, erano chiamati trasferelli. Ricordate le lettere e i numeri che ‘trasferivamo’ sui quaderni adoperando la bic?

Esistevano anche, ad uso delle ricamatrici, delle decalcomanie che si applicavano sula stoffa usando il ferro da stiro.

Caccé ‘a lènghe

Caccé ‘a lènghe loc.id. = Diventare sfacciati e indisponenti.

Commento che constata una metamorfosi avvenuto in qlcu che era sempre taciturno, introverso. Improvvisamente costui trova da ridire, ciarliero e, inaspettatamente, molto polemico.

Ih, vüte a jìsse, ò caccéte ‘a lènghe mò = Toh, guarda lui, è diventato sfacciato adesso.

Può anche riferirsi a qlcu reticente, omertoso, che alla fine si decide a rivelare quello che è a sua conoscenza, magari valutando il vantaggio che potrebbe trarne.

Più semplicemente evidenzia il fatto che il bebé, dopo tanta lallazione, tipica nella fase di apprendimento del linguaggio, inizia da dire parole comprensibili, magari ripetute a lungo.

Infine, come atto materiale, significa proprio cacciare la lingua fuori dalla bocca per fare smorfie e boccacce.

Qualche altro significato può essermi sfuggito? A voi la replica!

Caccé ‘u diàvele

Caccé ‘u diàvele loc.id. = Esorcizzare

Non si tratta di fare un esorcismo vero e proprio.
Occorre fare un po’ di flash-back, ritornare indietro all’epoca preconciliare, per intenderci prima degli anni ’60. Allora la Pasqua di Resurrezione veniva celebrata solennemente a mezzogiorno della Domenica in Cattedrale.

Al suono delle campane, che erano “legate” nel triduo Pasquale, cioè mute, si “scioglievano” suonando a distesa in tutte le chiese a mezzogiorno in punto.

Allora alcuni monelli, che pazientemente avevano preparato trenini di lattine vuote legati da una funicella, correvano per le strade del paese inseguiti da altri compagni armati di bastoni che colpivano la ferraglia con grande fracasso, gridi ed esortazioni: “vattì, vattìnne da quà” = vattene, vattene da quì. Era un rito liberatorio, era la cacciata del diavolo, una specie di purificazione.

Il Concilio Vaticano II ha riportato il rito di Pasqua a mezzanotte, come quelo di Natale. Da allora non si sentono più le cacciate.

Qualcuno lo fa in privato, senza disturbare i vicini….Non si sa mai, magari scaccia la jella!

Cacchjöle

Cacchjöle s.f. = Asola

Asola, occhiello, alamaro per abbottonare giacche, cappotti, pantaloni, sandali, ecc.

Si chiama cacchjöle anche l’annodatura di un laccio, o di una fettuccia, o di un nastro, che si scioglie tirando uno dei suoi due capi.

Presumo che cacchjöle significhi propriamente “piccolo cappio”

In questo caso c’è un sinonimo simile all’italiano nocca: “la nnòcche”

Caccialèbbre

Caccialèpre o Caccialèngue s.f. = Caccialèpre


E’ una pianta commestibile (Reichardia picroides)che cresce in zone sassose nelle balze e zone sabbiose vicino al mare. Si utilizzano le rosette fogliari basali, crude in insalata, sole o accompagnate da altre specie erbacee commestibili

A Roma lo chiamano Caccialepre, in Toscana Terracrepolo o Grattalingua.

Curiosità attinte dal web:

Etimologia del nome scientifico Reichardia picroides:
Il primo termine del binomio è dedicato al medico e naturalista tedesco J. J. Reichard, mentre il secondo deriva dal greco picros = giallo, con riferimento al colore dei fiori.

Etimo del nome volgare:
Il termine Caccialepre ha etimo incerto, sembra tuttavia (DURO, 1986-93); che esso sia composto da un primo elemento alterato: caccia(re) e la lepre; cioè erba utile come esca per cacciare la lepre. Il dialettale Caccialebbra non ha nulla a che vedere con la malattia infettiva; è un meridionalismo; infatti in questo contesto linguistico lebbre significa la lepre, non lebbra.