Accumegghjé

Accumegghjé v.t. = Coprire

Vale per coprire con indumenti pesanti nella stagione invernale, o anche coprire le grazie che possono essere intraviste con vestiti un po’ troppo corti o scollati.

E’ usato anche nei lavori campestri per indicare la copertura della base delle piante con terreno in modo che possa irrobustirsi,e proteggersi dal gelo.

Accummùgghjete bune, ca fé frìdde! = Copriti bene, ché fa freddo!

Accummùgghjàteve, scrufèlle, ca ce vöte tutte cöse! = Copritevi, sfacciate, ché si vede ogni cosa!

Accuppé

Accuppé v.t. = Scavalcare

Per la somiglianza del suono, si potrebbe essere indotti a pensare che si tratti del verbo italiano “accoppare”, uccidere.

Invece il significato è scavalcare, oltrepassare, saltare un ostacolo, un muretto, un cancello.

Giuà, Giuà, accuppéme ‘a maciöre e cugghjüme ‘i manuèlle! = Giovanni, scavalchiamo il muretto a secco e raccogliamo delle mandorle novelle! (Cattivo consiglio da non seguire…)

Acquafòrte

Acquaforte s.f. = Varichina, candeggina

Era conosciuta con questo nome la varichina. Ora le donne dicono varecüne ma è una forzatura, non è che italiano dialettizzato.

Acquaquagghjé

Acquaquagghjé v.t. = Concludere.

Portare a conclusione una trattativa, terminare un lavoro, realizzare qlco, compiere un’opera di convincimento, ecc.

Perléme e parléme e n’acquaquagghjéme njinde! = Parliamo e parliamo e non concludiamo niente!

Deriva da quagghjé = quagliare, azione per far coagulare il latte o far rapprendere l’ìimpasto di scagliola di gesso o di cemento, o far solidificare lo stagno fuso, mediante rapido raffreddamento, ecc.

Acquarüle

Acquarüle s.m. = Acquaiolo

Personaggio che per mestiere, era addetto alla vendita di acqua potabile alla minuta.

Quando non c’erano i frigoriferi, tutti d’estate desideravano una bevuta di acqua fresca.

Perciò nacque il mestiere e la figura dell’acquaiolo.

Costui aveva allestito un apposito chiosco in Corso Manfredi, all’angolo Nord di Piazza del Popolo per la vendita di acqua fresca.

Quell’acqua era apprezzata perché non era la solita acqua piovana raccolta dai tetti nelle cisterne e che sapeva di terra.

Proveniva dal famoso acquedotto del Serino, nel Napoletano, arrivava a Manfredonia in carri cisterne delle Ferrovie, e da qui, dopo il trasbordo, veniva trasportata con carri botti a trazione animale fino nei serbatoi sotterranei del chiosco.

Si sollevava mediante una pompa idraulica azionata a mano, con una leva a movimento alternato avanti-dietro (detta volgarmente ‘u tremöne).

L’acqua, semplice o zuccherata e aromatizzata con succo di limone o con caffé, si vendeva per pochi centesimi a bicchiere.

Acquaspòrche

Acquaspòrche s.f. = Acqua lurida, liquame di fogna.

Quando non esisteva la rete fognaria, i bisogni corporali venivano fatti dentro un apposito vaso detto “‘u ruagne“.

Prima o poi questi vasi si riempivano e dovevano essere svuotati.

Il Comune aveva l’onere della raccolta di questi fetidi liquami. Aveva perciò allestito un carro-botte a trazione animale.

Il conducente era dotato di una specie di trombetta di ottone, ricurva come un corno di capra, funzionante ad ancia.

Ogni tanto lanciava il suono di una sola nota, come le trombette di carnevale, del suo lamentoso strumento, e gridava: Acqua-spòoooooorche!.

Era il richiamo per le donnette, che si vestivano in fretta, si coprivano le spalle con il “faccetunìcchje”, uscivano dal loro piano terra e porgevano graziosamente il vaso al carrettiere, che le svuotava in un mostruoso e repellente “imbuto” sulla parte posteriore della botte, con inevitabile sgocciolamento al centro della strada, futuro paradiso per le mosche che sarebbero adunate da lì a poco, all’imminente sorgere del sole….

Ho avuto la sventura di assistere, alle sette di mattina, allo svuotamento del carro in mare, dalle parti della Cala del Fico: il potente getto delle porcherie, liberate da un grande rubinetto, volava ad arco direttamente in mare, senza sfiorare gli scogli.

Se c’era vento di terra il materiale galleggiante si disperdeva verso il largo, e vabbè, ma altrimenti….

Ovviamente il tifo (inteso come malattia infettiva) era endemico tra la popolazione di Manfredonia.

Io mi riferisco alla mia infanzia; diciamo verso il 1950, quando l’espansione dell’abitato era avvenuta così in fretta che la rete fognaria non riusciva a coprire le fasce di periferia, specie il rione Monticchio, cresciuto vorticosamente dall’immediato dopoguerra.