Acquarüle

Acquarüle s.m. = Acquaiolo

Personaggio che per mestiere, era addetto alla vendita di acqua potabile alla minuta.

Quando non c’erano i frigoriferi, tutti d’estate desideravano una bevuta di acqua fresca.

Perciò nacque il mestiere e la figura dell’acquaiolo.

Costui aveva allestito un apposito chiosco in Corso Manfredi, all’angolo Nord di Piazza del Popolo per la vendita di acqua fresca.

Quell’acqua era apprezzata perché non era la solita acqua piovana raccolta dai tetti nelle cisterne e che sapeva di terra.

Proveniva dal famoso acquedotto del Serino, nel Napoletano, arrivava a Manfredonia in carri cisterne delle Ferrovie, e da qui, dopo il trasbordo, veniva trasportata con carri botti a trazione animale fino nei serbatoi sotterranei del chiosco.

Si sollevava mediante una pompa idraulica azionata a mano, con una leva a movimento alternato avanti-dietro (detta volgarmente ‘u tremöne).

L’acqua, semplice o zuccherata e aromatizzata con succo di limone o con caffé, si vendeva per pochi centesimi a bicchiere.

Acquaséle

Acquaséle s.f. = Zuppa (alla lettera:acqua-sale)

Per zuppa, qui si intende qls minestra, brodosa, in cui intingere il pane. Ovviamente parliamo di cucina povera, ma povera davvero.

Una volta per cena, giusto per mangiare una cosa calda d’inverno, al posto di pane e olive, si preparava questo brodo cotto sul braciere, consistente in: acqua, sale, cipolla, prezzemolo. Ad ebollizione avvenuta, se c’era in casa qlc uovo lo si faceva cuocere “in camicia”. Si portava l’acqua così aromatizzata nel piatto, si aggiungeva un filo di olio, e ci si inzuppava il pane.

In mancanza di uovo di poneva l’acqua bollita come sopra descritta su fette di arance poste nel piatto. Anche qui una croce (due fili) di olio, e via ad inzuppare il pane.

Finito il pane, si raccoglieva meticolosamente con il cucchiaio il “brodo” rimasto in fondo al piatto perché conteneva tracce di olio che non si potevano buttare.

Mia nonna, quando andava a falciare a mano un po’ di grano nel suo fazzoletto di terra, preparava l’acquaséla-frèdde, versione estiva di questa zuppa, fatta con acqua, sale, cipolla e pomodori crudi e l’immancabile croce di olio. Credo che servisse principalmente ad ammollare il pane duro.

Se raccontassimo queste cose ai ragazzi di oggi, venuti su a merendine del Mulino Bianco, ci prenderebbero per selvaggi o ci considererebbero quelli dell’Isola dei famosi…..

Questa era la vita di allora, quando tutti avevamo a pranzo sulla mensa il piatto unico, senza secondo. Eravamo tutti bramosi di un po’ di carne da mettere sotto i denti, perché la vedevamo raramente, mentre adesso ne siamo arcistufi.

Acquaspòrche

Acquaspòrche s.f. = Acqua lurida, liquame di fogna.

Quando non esisteva la rete fognaria, i bisogni corporali venivano fatti dentro un apposito vaso detto “‘u ruagne“.

Prima o poi questi vasi si riempivano e dovevano essere svuotati.

Il Comune aveva l’onere della raccolta di questi fetidi liquami. Aveva perciò allestito un carro-botte a trazione animale.

Il conducente era dotato di una specie di trombetta di ottone, ricurva come un corno di capra, funzionante ad ancia.

Ogni tanto lanciava il suono di una sola nota, come le trombette di carnevale, del suo lamentoso strumento, e gridava: Acqua-spòoooooorche!.

Era il richiamo per le donnette, che si vestivano in fretta, si coprivano le spalle con il “faccetunìcchje”, uscivano dal loro piano terra e porgevano graziosamente il vaso al carrettiere, che le svuotava in un mostruoso e repellente “imbuto” sulla parte posteriore della botte, con inevitabile sgocciolamento al centro della strada, futuro paradiso per le mosche che sarebbero adunate da lì a poco, all’imminente sorgere del sole….

Ho avuto la sventura di assistere, alle sette di mattina, allo svuotamento del carro in mare, dalle parti della Cala del Fico: il potente getto delle porcherie, liberate da un grande rubinetto, volava ad arco direttamente in mare, senza sfiorare gli scogli.

Se c’era vento di terra il materiale galleggiante si disperdeva verso il largo, e vabbè, ma altrimenti….

Ovviamente il tifo (inteso come malattia infettiva) era endemico tra la popolazione di Manfredonia.

Io mi riferisco alla mia infanzia; diciamo verso il 1950, quando l’espansione dell’abitato era avvenuta così in fretta che la rete fognaria non riusciva a coprire le fasce di periferia, specie il rione Monticchio, cresciuto vorticosamente dall’immediato dopoguerra.

Acque de Crìste

Acque de Crìste top. = Acqua di Cristo

Località costiera a levante dell’abitato di Manfredonia.

Deve il nome ad una sorgente di acqua salmastra usata da secoli dai pastori per far abbeverare i bovini e per lavare gli ovini prima di tosarli, in modo che la lana acquistasse maggior prezzo alla vendita (in merceologia dicesi lana saltata e lana lavata).

La sorgente, per l’espandersi della città, è stata quasi raggiunta dagli edifici abitativi.

Quando l’abitato si fermava a via Pulsano, era meta di giovincelli che vi andavano nelle belle giornate primaverili a fare la cura delle acque.

Programma:

Punto 1 – Ore 5 sveglia e incamminamento a piedi, ore 6 raggiungimento del sito, immediata bevuta collettiva di almeno due litri di acqua di sorgente.

Punto 2 – Attesa di almeno un’ora, comprendente l’animazione con la fisarmonica o con il racconto di frecàbbele, in modo che l’acqua facesse il suo effetto.

Punto 3 – Svuotamento dell’intestino nelle campagne circostanti dei due litri suddetti e ritorno al sito per la colazione con pane, pomodoro e cetrioli.

Punto 4 – Se l’aria era abbastanza calda ci si concedeva un bagno in mare. Ore 12 rientro in famiglia.

Prevalentemente ciò accadeva di lunedì mattina, con grande affluenza di sarti, barbieri e calzolai che in quel giorno osservavano il turno di chiusura settimanale.

Graditissima la presenza delle donzelle sartine, che non si sottraevano al rito. Per la parte emissiva del punto 3 ce la vedèvene löre dove andare a depositare il materiale di risulta.

Adacqué

Adacqué v.t.= annaffiare, irrigare

Presumo che derivi dal latino Adaquare.

Operazione da coltivatori o da giardinieri. Bagnare terreni fornendo l’acqua necessaria per coltivarli. Bagnare le piante facendo in modo che l’acqua cada come pioggia.

Me sò scurdéte d’adacqué ‘u vasenecöle = mi sono dimenticato di annaffiare il basilico. Tutti abbiamo in casa un vaso di basilico.

Qunn’jì cré m’jà javezé sóbbete, ca jà jì före p’adacqué i pemedöre = Domattina dovrò levarmi presto, perché dovrò andare in campagna per irrigare le piante dei pomodori.
La struttura dialettale, alla lettera suona così: quando è domani, mi ho da alzare subito, che ho da andare fuori per annaffiare i pomodori…..La frase così tradotta è brutta, vero?

Addaccé

Addaccé v.t. = Tagliuzzare, pestare, sminuzzare

Operazione specifica che si fa con un coltello su una fetta di lardo (fresco o salato) per sminuzzarlo. Anche colpire ripetutamente il lardo col taglio del coltello e ottenere un ‘battuto’ da soffriggere.

Le nostre bravissime nonne, che non avevano troppe cose nella dispensa, e nemmeno tanti soldi nel borsellino, riuscivano a ottenere con il lardo e la cipolla addaccéte soffritti in poco olio, un po’ di conserva di pomodoro, e un solo chiodo di garofano, un gustoso intingolo per condire le orecchiette, chiamato zucarjille= sughetto, o züche fìnde= sugo finto.

Finto, perché quello ‘vero’, a base di carne bovina (brascjöle) suina (savezìcchia frèške), e ovina (carne e òsse), si preparava solo nelle grandi occasioni.